Translate

mercoledì 28 agosto 2013

Mooc, le università americane scommettono sui corsi online


27 AGOSTO 2013
C’è aria di novità all’apertura di questo nuovo anno accademico negli Stati Uniti, in particolare dal campus delGeorgia Institute of Technology. Questo rinomato politecnico meglio conosciuto come Georgia Tech lancia infatti in questi giorni un nuovo master biennale in computer science organizzato interamente online grazie alla piattaforma di e-learning fornita dai Mooc, i Massive Open Online Courses. Il corso, gestito in collaborazione con AT&T e Udacity, una delle aziende pioniere del settore, offre un titolo di studio equivalente a quello conferito agli studenti che frequentano di persona ma a una frazione del prezzo: soli 6.600 dollari contro 45.000 (o 21.000 per i residenti di questo stato del Sud degli Stati Uniti).
Questa prima fase dell’iniziativa sarà limitata solo ad alcune centinaia di giovani selezionati dall’università e dai suoi sponsor, ma la volontà è, in linea con il principio ispiratore dei Mooc, di aprire le iscrizioni a tutti coloro che siano minimamente qualificati a seguire i corsi, che i partecipanti si trovino negli Stati Uniti o in qualsiasi altra parte del mondo.
Si tratta qui della più recente evoluzione nel settore dell’e-learning, che in varie forme esiste negli Stati Uniti già da circa quindici anni. Altre università offrono titoli di studio online, ma con modalità e costi molto simili a quelli tradizionali. L’esperimento lanciato da Georgia Tech, invece, dando il proprio avvallo ufficiale ai Mooc, poco interattivi perché pensati per una grande moltitudine di studenti-spettatori online, è destinato a incoraggiare ulteriormente l’adozione di questo genere di corsi da parte del sistema educativo istituzionale.
In questo senso, ad aprire le danze è stato, ancora prima di Georgia Tech, l’American Council on Education (Ace), che a febbraio ha selezionato cinque Mooc – due della Duke University, due dell'University of California Irvine e uno dell'University of Pennsylvania ma tutti gestiti da Coursera, un’altra delle aziende specializzate nel settore – e ha raccomandato a tutte le università del Paese di riconoscere all’interno dei propri corsi di laurea i crediti ottenuti dagli studenti che li abbiano completati.
“Negli Stati Uniti c’è la necessità urgente di educare un numero molto maggiore di cittadini di quanto non stiamo facendo ora, quindi abbiamo bisogno sia che le università funzionino a pieno ritmo sia di sviluppare altre piattaforme – dice Cathy Sandeen, vice presidente responsabile per l’Innovazione di Ace – In questo senso i Mooc possono essere d’aiuto”.
Naturalmente l’introduzione dei Mooc ha già generato mille controversie: sulla loro qualità, ad esempio, che alcuni esperti del settore ritengono insufficiente soprattutto per via della mancanza di interazione con i docenti; e sull’elemento di discriminazione economica che questi corsi rischiano di iniettare nel già fin troppo diversificato panorama dell’istruzione universitaria in America. Il timore è che i titoli di studio più prestigiosi, ottenuti di persona frequentando il college, saranno in futuro appannaggio solo degli studenti più ricchi, e che tutti gli altri si dovranno accontentare dei Mooc e dei più miseri diplomi universitari che conferiscono.

Ora c’è chi è convinto che l’integrazione dei Mooc nell’attuale sistema accademico, con tanto di crediti trasferibili e titoli di studio riconosciuti, rappresenti un passo in avanti proprio nel senso di dare ufficialità a questi corsi online, svincolandoli dall’immagine di corsi di serie B di cui godono oggi. Altri, però, temono invece che quest’ultima trasformazione rischi di rovinare quel poco di buono che c’è nei Mooc, ampliandone invece gli aspetti negativi.
“Sono un grande fan dell’online learning ma non è per tutti – dice Tony Bates, esperto dell’interazione tra tecnologia e educazione e frequente commentatore delle ultime innovazioni del settore – I Mooc sono un ottimo strumento per chi ha già un’istruzione e vuole continuare a apprendere anche da adulto, ma non in sostituzione dell’università”.
È inoltre sempre più diffusa tra gli esperti la sensazione che i college americani, in particolare quelli pubblici che dipendono da scarsi finanziamenti statali, vogliano fare propri i Mooc (o piuttosto l’ibrido scelto da Georgia Tech di corsi comunque a pagamento ma fortemente scontati) al fine di chiudere i buchi di bilancio, a fronte di un elettorato che vuole pagare meno tasse possibili. Stanno quindi insorgendo in tutto il Paese contro questo nuovo uso dei Mooc i professori, in particolare quelli a contratto, che già guadagnano pochissimo per insegnare e non hanno nessuna garanzia rispetto alla sicurezza del proprio impiego. Il pericolo naturalmente è che, se i Mooc dovessero rivelarsi un successo, le università pubbliche decidano di liberarsi di quanto più personale possibile, con un impatto devastante sui professionisti del settore, sulla ricerca e naturalmente anche sulla qualità dell’educazione offerta – replicando nella formazione secondaria l’uragano provocato a suo tempo dalla diffusione di Internet nel mondo del giornalismo.
Per il momento, però, i Mooc sono ancora in fase iniziale e la loro integrazione nel sistema universitario tradizionale sta avendo un successo limitato. “Le ultime ricerche ci dicono che l’uso dei Mooc per ottenere crediti universitari non è particolarmente diffuso – nota Samantha Adams Becker, direttrice per la Comunicazione presso il New Media Consortium - anche tra gli studenti di liceo prossimi al diploma e quelli già al college, ovvero i gruppi demografici più direttamente interessati a questo dibattito, solo il 26% pensa che i Mooc siano una buona idea”. Piuttosto che accogliere con entusiasmo e acriticamente ogni genere di Mooc, prosegue la studiosa, è invece importante estrapolare dai modelli in uso quelle innovazioni che possono in futuro favorire un genere di interazione accademica in cui l’apprendimento può essere condotto anche in maniera diversa dalle lezioni, dagli esami e dalle tesine di oggi. “Tra le nuove tendenze nell’ambito dei Mooc che penso sia importante seguire elencherei l’impiego di ambienti virtuali simili ai videogiochi, l’uso analitico di dati e informazioni sulle performance degli studenti raccolti in tempo reale e l’adozione di materiale didattico adattivo, capace di rispondere alle esigenze specifiche dello studente – conclude Adams Becker – tutti strumenti che contribuiscono a personalizzare le modalità di apprendimento a livello individuale”.

Valentina PasqualI http://www.unipd.it/ilbo/content/mooc-le-universita-americane-scommettono-sui-corsi-online

venerdì 2 agosto 2013

Media Education e Cittadinanza

Cittadinanza attiva: una definizione
Con l’espressione “cittadinanza attiva” si è soliti indicare la partecipazione consapevole di una persona alla vita politica e il suo pieno inserimento nella rete di diritti e doveri che sono costitutivi dell’essere cittadino.

Perché fare Media Education.

Secondo Pier Cesare Rivoltella (Media Education, Carocci, 2001), fra i maggiori esperti di M.E. in Italia,la necessità di educare ai media si fonda su tre ordini di considerazioni:

Alfabetico: se oggi la trasmissione culturale e l’interazione sociale si realizzano in buona parte attraverso i media gli individui non possono fare a meno di conoscere i loro linguaggi e di utilizzarli.
Metodologico: se, come è vero, i media si fanno luoghi di produzione e promozione culturale, il sistema formativo (scuola, famiglia, educatori) non può continuare ad usare solo i metodi tradizionali di mediazione culturale: ad essi vanno affiancati i nuovi.
Critico: l’educazione ai media non intende fornire agli individui solo competenze tecniche, essa mira congiuntamente a sviluppare una consapevolezza culturale: dunque saper usare i media ma anche saper interagire con essi in maniera riflessiva e responsabile.
L’urgenza di tale intervento è giustificata inoltre da altre due considerazioni:
ü  La constatazione che i media inducono rilevanti trasformazioni al contesto socio-culturale: trasformazioni generalmente percepite nella loro valenza negativa e dunque intese quali minacce di traumatici cambiamenti in seno alle comunità sociali, cambiamenti che possono favorire la scomparsa di forti identità nazionali in favore di una sempre più diffusa omologazione delle masse, o che accompagnano l’accesso alla comunicazione con una accresciuta ricchezza interna al paese, oppure al contrario che sottolineano la condizione di arretratezza e povertà nei Paesi esclusi dai sistemi di comunicazione di massa.
ü  La concezione dei media quali sistemi di rappresentazione della realtà, una rappresentazione che si teme non essere sempre veritiera ma guidata da scelte ideologiche o da obiettivi strategici, di comunicazione e di mercato.
ü  Ancora a proposito del perché dedicarsi all’educazione ai media, Len Masterman, (“Teaching the Media”, Routledge, London, 1985) fra i maggiori teorici della Media Education, nel 1985 individua 7 ragioni fondamentali:
ü  La pervasività dei Media. grande spazio che i media occupavano nella vita dei giovani. Nei 12 anni della scuola primaria e secondaria: 11.000 ore erano trascorse nelle aule scolastiche a fronte di 15.000 passate davanti alla tv, oltre alle 10.500 date alla popular music. Un tempo più che sufficiente per ottenere un vero e proprio curricolo di apprendimento, come si è già osservato.
ü  I media costituiscono un’industria delle coscienze Non sono neutrali. Comprano audience per venderla ai pubblicitari. Impongono modi e stili di vita. Controllano economia e politica. Masterman paragona il controllo di una radio o televisione locale al possesso di un castello lungo un fiume o nella vallata durante il medioevo. Si tratta del controllo di un  territorio; nel caso dei media del controllo delle “coscienze”, cioè dei potenziali consumatori (dei prodotti pubblicizzati dai media) e dei cittadini (da cui ci si aspetta il consenso elettorale).
ü  I media sono una formidabile fabbrica delle notizie secondo le rigide regole dell’agenda setting. (sono loro che stabiliscono ciò che è rilevante per la comunicazione nella società) o del gate keeper (sono loro i guardiani che filtrano le informazioni che diverranno di dominio comune). La multinazionale delle agenzie di stampa fornisce e “media” la stragrande maggioranza delle notizie che troviamo sui giornali, alla radio e in televisione. Per  quali interessi? A favore di chi? E a danno di quali gruppi? Che cosa viene “lasciato passare” e che cosa non verrà diffuso? La scuola dovrà aiutare gli alunni a leggere criticamente i giornali.
ü  Esiste uno stretto rapporto tra ME e democrazia. L.Jospin, ministro dell’educazione nazionale del governo francese agli inizi degli anni ‘90, a conclusione del Colloquio dell’Unesco a Toulouse (1990) sulle nuove tendenze della Media education a livello mondiale, affermava: “Non c’è democrazia senza partecipazione, non c’è cittadinanza attiva senza formazione, non c’è formazione senza informazione, cultura, consapevolezza critica. Se vogliamo che i media servano la vita democratica di un paese, dobbiamo partire da un approccio democratico ed educativo ai media nella scuola. La scuola è necessaria”
ü  L’importanza dell’audiovisivo nella vita moderna. La nostra società è in qualche modo una società dell’immagine; viviamo avvolti in un flusso continuo di suoni e immagini. I giovani in particolare avvertono il fascino della comunicazione audiovisiva. Si tratta di un linguaggio che deve essere decodificato ed anche usato nelle esercitazioni scolastiche.
ü  La privatizzazione dei media: self media, new media, Internet. La stanza del giovane è diventata in molti casi una piccola centrale di comunicazione in collegamento con tutto il mondo. Il “villaggio globale”, la “piazza del mercato”, l’“areopago” sono ormai di casa e il ragazzo d’oggi è un abile regista che sa scegliere, dosare, integrare i vari media che ha a disposizione per i suoi interessi personali (Così viene rilevato nell’ultima ricerca del prof. M. Morcellini, 2000a).
ü  Dobbiamo educare i giovani per il futuro e il futuro appartenere al mondo della comunicazione e in particolare alla comunicazione mediata (Thompson, 1998; Mattelart, 1998).

ü  Oggi la crescente digitalizzazione e globalizzazione dei media, la più grande diversificazione dell’offerta, i problemi valoriali ed etici che essa pone, ripresentano e confermano le ragioni che fanno della  Media education un compito imprescindibile della scuola e dell’educazione, oggi (cf Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali, Etica della comunicazione, Roma, 4 giugno 2000).
WWW.AIART.COM





lunedì 8 aprile 2013

Il futuro dell'educazione accademica? M.O.O.C.





 
I modelli, le formule e i formati dell'insegnamento accademico americano stanno cambiando radicalmente. Negli ultimi mesi, le più importanti università statunitensi hanno formato alleanze strategiche per fornire corsi online a costo zero. Dallo scorso aprile, Stanford, Princeton, Berkeley, University of Pennsylvania e University of Michigan offrono numerosi seminari e lecture attraverso Coursera, una startup della Silicon Valley il cui ambizioso tentativo di reinventare la formazione superiore viene seguito da queste parti con particolare attenzione. Coursera offre una dozzina di corsi online, con temi che spaziano dalla poesia all'informatica, dalla teoria dei giochi all'alimentazione, ma il numero è destinato a crescere considerevolmente nei prossimi mesi. La risposta della Harvard University e del Massachusetts Institute of Technology (MIT) non si è fatta attendere. A maggio le due prestigiose istituzioni hanno dato vita a edX, un progetto altrettanto ambizioso per offrire corsi gratuiti online. Il progetto ha un budget di oltre 60 milioni di dollari. E' questo è solo l'inizio di una rivoluzione che ha già un acronimo: MOOC, massively online open courses.

E' legittimo attendersi che, nel giro di una decade, gli studenti - anche quelli internazionali - potranno laurearsi online selezionando una serie di corsi delle più prestigiose università mondiali direttamente dal proprio laptop. Un pacchetto di corsi che include il meglio dell'accademia americana, da Stanford a Yale, dal MIT a NYU. Il presupposto chiave è che nel ventunesimo secolo, l'università, intesa come luogo fisico e concreto, si reinventa come servizio, luogo post-geografico, accessibile 24 ore su 24 da chiunque e da qualunque luogo del mondo. In questo senso, le iniziative digitali dell'Ivy League statunitense rappresentano il punto di arrivo di un processo di diffusione della cultura accademica che si è concretizzata in esperimenti di grande successo come OpenCourseware (MIT) e iTunes U, senza dimenticare il brillante lavoro svolto da Salman Khan con la sua Khan School. Il rivoluzionario progetto di Khan ha ispirato, tra i tanti, Sebastian Thrun, docente di Stanford e co-inventore delle automobili automatiche di Google, che quest'anno ha lasciato il college californiano per lanciare Udacity, una start-up che si propone di assumere i top talenti nell'ambito dell'educazione per offrire lo stato-dell-'arte dei corsi online. Ciò che accomuna Coursera e Udacity è l'imperativo di garantire l'accesso alle lezioni a tutti gli studenti a costo zero. In altre parole, si tratta di progetti open e non-profit, decentralizzati e flessibili.

La buona notizia è che la qualità e quantità dei corsi online è aumentata enormemente rispetto ai primi esperimenti nel settore dell'e-learning, caratterizzati da una tragica incompetenza pedagogica di fondo e da limiti tecnologici non indifferenti. Il vero ostacolo, oggi come ieri, è di natura politica, non tecnologica. Nel momento in cui gli studenti potranno convertire i crediti "virtuali" accumulati seguendo le lezioni gratuite in crediti "reali", in veri e propri "diplomi" - ed è solo questione di tempo- assisteremo a un vero e proprio cambio di paradigma nel settore dell'educazione universitaria. L'epicentro di questa rivoluzione copernicana è il Nord America. Le ragioni sono numerose, ma per semplificare ci limitiamo ad osservare che il sistema universitario americano è il più dinamico, professionale ed avanzato del mondo. Lo conferma il recente studio di Universitas 21, un network globale di ricerca universitaria che misura il livello qualitativo delle istituzioni accademiche mondiali. Il report pubblicato (link al file PDF) qualche settimana fa ha preso in esame le istituzioni pubbliche e private di 48 paesi mondiali, valutandole sulla base di parametri quali risorse (investimenti pubblici e privati), output (l'impatto della ricerca svolta dalle varie istituzioni), connettività (la capacità di collaborare con altre nazioni) ed ambiente (la diversità dei campus e opportunità offerte agli studenti). Le venticinque nazioni leader nel settore dell'educazione sono:
 


 

 
Gli Stati Uniti dominano in settori quali la ricerca, risorse ed impatto extra-accademico. Non è una sorpresa, ma la performance dell'Italia è pessima su quasi tutti i fronti (unica eccezione: investimenti statali). I risultati dello studio parlano da soli:


 

 


 

 
 
Questi dati sono particolarmente preoccupanti perché una nazione che non investe in formazione di qualità è una nazione senza futuro. La tecnologie digitali potrebbero offrire al Belpaese un'importante opportunità di crescita e sviluppo. Ovviamente, la conditio sine qua non è che nella stanza dei bottoni dell'accademia italiana ci siano leader in grado di a) comprendere e b) massimizzare il potenziale pedagogico offerto dalle nuove tecnologie, M.O.O.C. in primis.
La domanda sorge spontanea: ci sono?
 

venerdì 8 marzo 2013

Francia, valutare anche la didattica

È giusto che i docenti universitari siano valutati dagli studenti? Se ne parla in Francia in questi giorni, dopo che in gennaio il parlamentare socialista Jean-Yves Le Déaut ha presentato un rapporto conoscitivo, propedeutico alla discussione della nuova Loi sur l’ensegneiment supérieur et la recherche, il cui progetto sarà presentato il prossimo 20 marzo dal ministro Geneviève Fioraso. “Dappertutto nella società si viene valutati”, sottolinea il deputato francese, “e accettare che un corpo sociale sfugga a questo principio non è sano”.
Le dichiarazioni hanno ovviamente messo in allerta sia i sindacati dei professori che quelli degli studenti, che Oltralpe hanno un peso politico molto maggiore che in Italia: in gioco ci sono valori come la qualità, ma anche la libertà d’insegnamento. Del resto la valutazione è presente fin dal 1984 nella legislazione universitaria francese, in quasi trent’anni però questo principio è stato a dir poco trascurato, se non proprio osteggiato in primo luogo dal corpo docente. Oggi le procedure di valutazione sono diffuse soprattutto nella fascia alta del sistema universitario, in particolare nelle Grandes écoles (come le famose Normale o Ena) e in diversi istituti universitari tecnologici (Iut). Per quanto riguarda invece le altre università il quadro è striminzito e anche molto frammentario: alla Grenoble Ecole de management (Gem) ad esempio le valutazioni hanno luogo alla fine di ogni corso, alla Supélec (Ecole supérieure d’électricité) ogni otto settimane, mentre alla Sciences Po di Bordeaux ogni anno. Anche sui sistemi e i modelli di valutazione la confusione è pressoché completa.
Perché la valutazione è importante, e perché tanti docenti ancora vi si oppongono? Se sono in molti a paventare che con i “voti” sarebbero privilegiati gli insegnanti più superficiali o i “professori-guru”, pronti a fare di tutto per ingraziarsi gli studenti, dall’altra parte si sottolinea come una valutazione ben fatta non sia minaccia o una punizione, bensì uno strumento a disposizione anzitutto dei docenti per migliorare la qualità e l’efficacia dei corsi. “Se un piccolo numero di studenti critica un corso non vi prestiamo attenzione; se sono cinquanta, allora ci poniamo delle domande” ha dichiarato ad esempio a Le Monde Emmanuel Cuny, Professore di neurochirurgia e responsabile della valutazione presso l’università di Bordeaux II, uno degli istituti in prima linea in questo ambito. I questionari vengono raccolti, sintetizzati e inviati al docente, che in caso di problemi deve proporre delle soluzioni, o anche esaminare quelle che gli vengono fornite dal Centre de recherches applicquées en méthodes educatives (Crame), l’organismo interno che si occupa della valutazione. In nessun caso vengono messe in discussione la carriera e lo stipendio del docente.
Oltre al miglioramento del servizio, una valutazione sistematica dei corsi – e non degli insegnanti, si tende da più parti a sottolineare – presenta anche l’aspetto positivo di valorizzare i professori davvero bravi, e quindi il ruolo della didattica. Oggi infatti, viene fatto notare, un bravo docente è sfavorito rispetto a un eccellente ricercatore, che nel corso della sua carriera accademica sarà sempre avvantaggiato rispetto a una persona con spiccate doti pedagogiche. Alla prova dei fatti inoltre gli studenti finora si sono dimostrati meno severi di quello che si aspettava, di fatto “promuovendo” la maggior parte degli insegnamenti. Quello che sembra mancare semmai è proprio un interesse consistente da parte degli studenti, che in molti casi non sembrano apprezzare a pieno l’utilità delle procedure.
Se in Francia la questione sembra tenere banco negli ambienti universitari, la valutazione è invece una realtà consolidata in molti altri paesi, come il Belgio e soprattutto la Gran Bretagna, solo per restare in Europa. Nel sistema anglosassone per esempio i “voti” agli insegnanti sono ormai una realtà consolidata da più di vent’anni, sebbene fino ad ora non siano stati resi obbligatori da nessuna normativa. Eppure anche qui non mancano le difficoltà: manca ad esempio un modello di questionario standard, quindi i dati delle diverse università non sono comparabili tra loro. Questo perché appunto i questionari vengono compresi innanzitutto come un ausilio per la didattica. In compenso da otto anni esiste una rilevazione annuale a cui partecipano tutti gli studenti dell’ultimo anno di laurea (287.000 solo l’anno scorso). La National Student Survey, che ogni anno pubblica i suoi dati attraverso un sito internet accessibile e facile da scorrere, valuta una serie molto ampia di parametri – oltre alla qualità dell’insegnamento anche le biblioteche, il sostegno allo studio da parte degli insegnanti e persino l’efficienza nella gestione degli orari – ed è ormai diventato uno strumento imprescindibile per tantissimi ragazzi che ogni anno scelgono l’università.
Daniele Mont D’Arpizio
http://www.unipd.it/ilbo/content/francia-valutare-anche-la-didattica

domenica 24 febbraio 2013

Cultura Digitale Internazionale

Carissimi,
capita a volte che nella fruizione veloce delle mille informazioni che ci raggiungono attraverso il Web, le e-mail, cellulari, ecc., non si presti l'attenzione dovuta alle notizie che ci scorrono sotto il naso ... (l'overload informativo descritto da Nicholas Carr nel suo libro "Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello" del 2011) ... è così che dopo numerose e-mail ricevute negli ultimi mesi, oggi per la prima volta mi sono soffermato su un messaggio di posta elettronica che citava "MEET THE MEDIA GURU" ... Mi è sembrato interessante e quindi ho pensato di condividerlo nel  Blog.
Come scoprirete, se avrete la voglia e la curiosità di migrare verso questo link
MEET THE MEDIA GURU si tratta (... ricalco le parole del loro sito) di un progetto ideato nel 2005 da Maria Grazia Mattei e realizzato dalla Camera di Commercio di Milano con il contributo di Regione Lombardia e Provincia di Milano, che si focalizza sulla cultura digitale internazionale ... uno spazio di pensiero, idee ed eventi che pongono al centro il tema dell’innovazione e del digitale come fondamentale crocevia per la cultura, l’economia e le professionalità dei giorni nostri. Propone diversi eventi destinati al grande pubblico così come al mondo professionale dei new media, del design, delle arti visive e della comunicazione.
Vi segnalo il sito senza avervi ancora "scorrazzato" ma avendolo soltanto sorvolato velocemente ... quindi buon diverti-apprendimento a tutt* !

sabato 2 febbraio 2013

Sapere e saper fare: due facce della stessa medaglia


Sapere e saper fare: due facce della stessa medaglia

29 gennaio 2013
Giovanni Sartori ha dedicato l’editoriale del Corriere della Sera del 23 gennaio scorso al tema della disoccupazione. Riassumo la tesi principale dell’articolo. Sartori sostiene che l’idea di un’economia basata solo sui servizi è fallita, la disoccupazione aumenta e quindi è inutile continuare a sfornare “dottori”, bisogna tornare a guardare agli istituti tecnici per formare professionalità legate “all’economia verde, al ritorno alla terra e anche alla piccola economia delle piccole cose”. In sostanza, Sartori sembra volerci dire che è meglio tornare a fare gli idraulici che essere laureati e disoccupati.
Credo che questa lettura, per quanto possa apparire di buon senso, si basi almeno su due presupposti sbagliati. Il primo riguarda la statica contrapposizione tra professioni “intellettuali” (avvocato, commercialista, ingegnere, ecc.) e manuali (elettricista, idraulico, sarto, ecc.) che vede le prime basate sulla conoscenza e le seconde sulla forza fisica e sulla pratica. Niente di più sbagliato. Richard Sennett prima e Stefano Micelli poi hanno ben evidenziato quanta conoscenza (tacita) si celi dietro l’abilità manuale di un artigiano. L’innovazione tecnologica prima confinata a specifici ambiti (quelli dell’immateriale), si sta diffondendo anche nelle attività che consideravamo tradizionali, trasformandole. Fare agricoltura oggi, o essere un artigiano non è il ritorno a un passato antico. Tutt’altro. Come ha evidenziato Carlo Petrini, significa fare ricerca, innovare reinterpretando la tradizione. Altro che limitarsi a zappare la terra, l’agricoltore di oggi usa l’iPad e Facebook. Tornare a fare l’idraulico può quindi essere più difficile di quanto si possa pensare. Richiede il dominio di una quota crescente di conoscenze che completano il lavoro manuale. Bisogna conoscere le nuove tecnologie di riscaldamento, i nuovi materiali legati al risparmio energetico, saper utilizzare software per fare calcoli precisi, ecc. In sostanza quella separazione netta tra professionalità ad alta intensità di conoscenza (astratta) e manuali viene sostanzialmente meno, aprendo nuovi scenari sul fronte del lavoro e offrendo la possibilità per la definizione di nuove attività imprenditoriali. Cosa che sta avvenendo ad esempio nel settore della produzione di birra: in Italia negli ultimi anni sono nati 450 microbirrifici.
Il secondo presupposto riguarda il ruolo dell’università che secondo Sartori diventa sempre meno rilevante a favore degli istituti inferiori, in particolare quelli tecnici. Al contrario penso che l’università rappresenti un elemento fondamentale per favorire la crescente ibridazione in corso tra saperi astratti (servizi) e pratici (artigiani). A patto di rivedere il sistema dei percorsi formativi e delle lauree. L’attuale offerta di formazione è infatti rigidamente organizzata per corsi di laurea composti da un numero di materie definite da vincoli ministeriali, con poche possibilità di personalizzazione. Questo vincola chi decide di frequentare l’università ad un certo numero di anni e ad un dato insieme di materie. Dovremmo invece pensare di rendere i nostri corsi universitari meno vincolati sia in termini dell’ampiezza delle materie accessibili sia del tempo. Dovremmo avere meno corsi di laurea (gli stretti necessari ad esempio per alcune categorie professionali come i medici) e lasciare agli studenti la possibilità di costruirsi in autonomia un proprio percorso, sulla base dei propri interessi. Pensando anche che la formazione universitaria non debba necessariamente terminare con una laurea. Alcuni potrebbero infatti completare la propria formazione ad intermittenza, facendo uno o due corsi, per poi tornare alla propria attività lavorativa e poi, perché no, rivolgersi di nuovo all’università. Se magari non avete il tempo o l’interesse per laurearvi potreste, anche continuando a fare l’agricoltore essere interessati a seguire alcuni corsi ad agraria piuttosto che a chimica o a biologia per accrescere le vostre conoscenze e sperimentare nuovi soluzioni. Sul fronte degli istituti tecnici, convengo con Sartori che devono essere potenziati, non solo dal punto di vista formativo ma anche da quello della loro rilevanza culturale: per troppo tempo abbiamo considerati questi istituti di serie B rispetto alla supposta qualità dei licei. Questo non significa però che il legame con l’università non vada rafforzato, anzi.

Marco Bettiol


 

 

sabato 15 dicembre 2012

UN AMMIREVOLE ESEMPIO di LLL

Quante volte ci siamo sentiti spiegare dai professori o abbiamo letto nei documenti redatti dalla Comunità Europea o abbiamo ascoltato dai politici, oppure abbiamo noi stessi spiegato ad altri interlocutori, la necessarietà del LONGLIFE LEARNING come strumento di mobilitazione delle risorse personali e fonte inesauribile di crescita e trasformazione per adeguarsi al mondo che cambia, alle incertezze, o addirittura per sfidarlo? Innumerevoli! .. Certo, a volte la fiducia vacilla … questi sono tempi un po’ bui, in cui la “risorsa umana” con le sue conoscenze ed esperienze sembra essere divenuta più un fardello che una ricchezza … e se anche il Longlife learning fosse una bufala??!!
E in una di quelle giornate "no" in cui sto quasi per cedere al pessimismo, ecco che vengo colpito dal profilo del defunto architetto brasiliano Oscar Niemeyer che Renzo Piano ha tracciato in un articolo apparso su Repubblica lo scorso venerdì, il cui incipit recita: “A 85 anni continuava ad apprendere. Me lo scrisse in una lettera che risale a due decenni fa. E credo che fino all'ultimo respiro Oscar Niemeyer abbia pensato a come proseguire il suo lungo apprendistato» … «Ai miei occhi è sempre sembrato un giovane vecchio», insiste Piano, «un maestro che ha innestato la propria maturità su una specie di adolescenza prolungata nel tempo»
In un altro articolo, questa volta scritto da Rocco Cotroneo sul Corriere della Sera, si legge con riferimento allo studio in cui lavorava il grande architetto “Che ancora brulica di progetti…”.
Una bellissima testimonianza quella di Niemeyer … ecco, allora, cosa vuol dire davvero Longlife learning! … non un mero e vuoto refrain, o slogan che dir si voglia “Continuate ad imparare! Imparate ad apprendere” … ma un messaggio profondo, che non rimanda solo ad aspetti puramente istruzionali (perfezionamento di competenze tecniche, ecc.), ma alla nostra dimensione individuante … significa coltivare sempre l’entusiasmo, avere progettualità, sempre, persino quando la vita ha quasi ultimato la sua parabola, significa curiosità, vuol dire sentirsi “incompiuto” e quindi essere sempre in cerca di “quell’essere di più” da realizzare, e quindi implica anche l’umiltà di sentire di dover sempre imparare dalla vita e dagli altri ponendosi in un ascolto autentico e in un'osservazione attenta e proattiva, significa mettersi in discussione e accettare la sfida del cambiamento, significa avere sempre più strumenti per cogliere i valori fondamentali (Niemeyer afferma che «La vita è più importante dell'architettura e che la giustizia sociale è l'unico obiettivo da raggiungere»)
Se è vero che la conversazione educativa – in qualsiasi contesto sia essa attuata –si nutre anche della testimonianza, ossia dell’osservazione di situazione e condotte concrete ispirate ai principi educativi di riferimento, credo che l’esperienza di vita e professionale del grande architetto appena deceduto, con il suo costante “apprendistato”, non solo pratico-professionale, ma intellettuale e morale, sia per noi un’ammirevole ed emozionante testimonianza del ruolo che dobbiamo riservare all’apprendimento nelle nostre vite, all’attitudine che esso ci può aiutare ad assumere verso la vita e gli altri, oltre che nella nostra sfera professionale.
E poiché in uno dei due articoli è menzionato anche Chico Buarque, grande amico di Niemeyer, chiudo questo post con una delle sue canzoni, assai rinomata anche da noi “O que será” (che viene introdotta, fino al minuto 1:32 da una digressione sulle peculiarità dei brasiliani) … credo che la sola musica e l’intensità del volto del cantante, prima ancora delle parole pronunciate, riescano a toccare le corde del cuore …