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lunedì 13 marzo 2017

L’interfaccia cervello-computer permetterà di scrivere con il pensiero

Le persone paralizzate a causa di gravi patologie potranno in futuro comunicare in maniera sempre più rapida. Questo grazie allo sviluppo e al miglioramento di una particolare tecnologia chiamata interfaccia cervello-computer. Il meccanismo è semplice: una serie di macchinari e di software sono in grado di decifrare i segnali elettrici del cervello traducendoli in parole scritte composte su uno schermo. Una forma di scrittura con il pensiero.

“In questo studio abbiamo raggiunto una velocità e un’accuratezza tre volte più alte di tutti gli esperimenti precedenti. Ci vogliamo avvicinare alla rapidità di scrittura su un normale smartphone” sottolinea Krishna Shenoy, professore della Stanford University che insieme al dottor Jaimie Henderson ha realizzato questa ricerca, pubblicata su eLife.

LO STUDIO SUI PAZIENTI 
 
La ricerca è frutto della collaborazione tra medici ed ingegneri elettronici vista la complessità della materia. Per realizzarla sono stati coinvolti tre pazienti paralizzati: due affetti da sclerosi laterale amiotrofica e un terzo vittima di una grave lesione spinale. Per monitorare l’attività elettrica cerebrale sono stati impiantati degli elettrodi all’interno della corteccia motoria del cervello, la zona responsabile dei movimenti volontari delle persone.

È stato poi un algoritmo, istruito in maniera specifica da ognuno dei tre soggetti, a decifrare questi segnali traducendoli in spostamenti di un cursore su una tastiera virtuale presente sullo schermo. Questo software, dotato di intelligenza artificiale, è stato così in grado di simulare un ipotetico movimento di un arto per selezionare la lettera da scrivere, componendo le singole parole.

I RISULTATI E LE PROSPETTIVE

Uno dei tre pazienti coinvolti nell’esperimento è riuscito a digitare 39 caratteri in un minuto, l’equivalente di circa otto parole. Un risultato tre volte superiore ai precedenti test simili. “Questo studio rappresenta un grande successo per migliorare in futuro le condizioni di vita di pazienti paralizzati” tiene a sottolineare Henderson, che da anni lavora allo sviluppo dell’interfaccia cervello-computer.

L’obiettivo rimane quello di velocizzare sempre di più il tempo di scrittura delle persone. Ma gli studiosi puntano anche a realizzare tecnologie che siano utilizzabili, non soltanto tramite complessi e costosi macchinari, ma anche dai comuni dispositivi che adoperiamo tutti i giorni come smartphone, tablet e computer.

I passi avanti nello studio dell’interfaccia cervello-computer sono stati molti negli ultimi anni. Dei ricercatori tedeschi hanno ideato un sistema di monitoraggio dell’attività cerebrale da utilizzare in tecnologie di riconoscimento vocale. Gli studiosi del Mit stanno invece sviluppando macchine e algoritmi per facilitare la comunicazione tra persone e robot.

http://www.lastampa.it/2017/03/13/scienza/benessere/linterfaccia-cervellocomputer-permetter-di-scrivere-con-il-pensiero-IkRGWSdLmr8UHhQh9tA6bO/pagina.html


lunedì 26 dicembre 2016

Facebook, prenditi una pausa e ti sentirai meglio. Soprattutto a Natale

Se frequentare i social network può avere effetti negativi sull'umore, una settimana di sospensione può bastare per sentirsi meglio. Ma è importante coltivare affetti e attività in modo indipendente. Per non subire gli effetti da astine

LE VACANZE di Natale e il maggiore tempo libero potrebbero portarci a navigare sui social ancora di più di quanto facciamo di solito. Ma se non è un modo per sentire amici e parenti che magari, nonostante le Feste, non riusciamo a incontrare di persona, passare molto tempo su Facebook, potrebbe nuocere al nostro benessere psicologico. E allora potremmo star meglio prendendo una pausa e scegliere piuttosto di fare una passeggiata o di passare più tempo con le persone "reali".

Lo studio. È il consiglio dei ricercatori dell'università di Copenaghen che hanno verificato i benefici di sospendere la frequentazione del social network sul benessere psicologico di oltre 1000 persone, soprattutto donne, e pubblicato i risultati su Cyberpsychology, Behaviour and Social Networking. Rispetto al gruppo di controllo che, durante il periodo dello studio, non ha mai smesso di frequentare Facebook, la sospensione di una settimana ha avuto effetti positivi sul gruppo di volontari in esame, soprattutto donne. In termini di pensieri positivi e soddisfazione nei confronti della propria vita. Effetti tanto più significativi quanto più i volontari erano assidui frequentatori del social network e quanto più questi tendono a provare invidia per le vite altrui.

Natale con i tuoi: il digital detox per le feste

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Parla con i tuoi amici: fai sapere che per le feste sarai ''spento''. Ma dì loro che potranno comunque telefonarti o mandarti messaggi

Parla con i tuoi amici: fai sapere che per le feste sarai ''spento''. Ma dì loro che potranno comunque telefonarti o mandarti messaggi

Togli la Sim dal tuo smartphone. E se proprio devi usarla, mettila in un vecchio telefonino.
Lasciati ispirare, non perdere tempo dietro al telefono: pensa a tutto quello che potresti fare dedicandoti ad altro.
Prova a spegnere tutto: smartphone, tablet, laptop e desktop. Puoi stare senza i device fino alla fine delle feste, basta provare.
Parla con i tuoi amici: fai sapere che per le feste sarai ''spento''. Ma dì loro che potranno comunque telefonarti o mandarti messaggi
Controlliamo lo smartphone in media circa 150 volte al giorno. E trascorriamo 8 ore e 41 secondi con lo sguardo puntato allo schermo. Ecco quattro consigli 'facili' per staccare la spina

fonte: itstimetologoff.com
Invidia e insoddisfazione. Invidia che scaturisce da confronti irrealistici con le vite di parenti e amici, perché fatti sulla base della loro ostentazione di felicità - il più delle volte non così autentica - tra famiglie felici e vacanze perfette. E la stessa passività con cui si trascorrono minuti e ore a osservare la vita degli altri, può aggravare il senso di insoddisfazione per via del fatto stesso di spendere tempo in un'attività poco significativa.

Nelle festività. "Nei periodi delle festività ricorrenti in particolare - puntualizza Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, esperto nelle dipendenze da tecnologia - staccare dai social può avere un effetto anche più positivo, perché la ripetizione di stereotipi o la condivisione da parte di amici di particolari situazioni felici che non fanno parte della nostra vita, possono instaurare o aumentare un sentimento di malessere".

Usarlo per quello che è. E se già studi precedenti avevano stabilito un legame tra sintomi depressivi e frequentazione dei social network, il consiglio degli esperti per stare meglio è prendersi pause da questa attività. "Potrebbe bastare un giorno alla settimana di disintossicazione dai social", spiega Lavenia, che prosegue: "Potrebbe anche essere utile scriversi su un foglio di carta le cose che abbiamo fatto e visto lontano da uno schermo, come il viso di nostro figlio o il colore del cielo". Così prendiamo consapevolezza di quello che ci perdiamo della realtà non virtuale che ci circonda, per riappropriarcene, in modo graduale.

L'astinenza. Per quanto riguarda lo studio danese, "occorre tuttavia vedere l'effetto di una pausa più lunga di una settimana - aggiunge Lavenia - perché se staccare da una relazione con i social, come per qualsiasi altra cosa che ci stimola e stressa come il lavoro o la famiglia, può rilassarci momentaneamente, sul periodo più lungo, se non ci siamo costruiti un tessuto sociale o attività al di fuori del mondo virtuale, possiamo andare incontro a situazioni di malessere simili a quelli dell'astinenza".

Allargare gli orizzonti social. E se il social preso in considerazione in questo studio è quello più diffuso e utilizzato, "per studi futuri - concludono i ricercatori - si dovrebbe analizzare l'effetto anche degli altri social sull'umore e di pause più lunghe per vedere se gli effetti positivi della pausa sono duratori o meno".
http://www.repubblica.it/salute/2016/12/22/news/facebook_depressione_natale-154665619/?ref=HRERO-1


venerdì 16 dicembre 2016

La laurea in Italia allarga la mente ma non gonfia il portafogli



«La laurea può allargarti la mente, ma anche gonfiarti il portafoglio». L’Economist - nomen omen - non usa perifrasi. Forse il linguaggio è un po’ brutale, ma il principio sacrosanto. Giusto che un laureato guadagni più di un diplomato. Quando capita il contrario, vuol dire che qualcosa non va. Come a Cuba, dove un medico ospedaliero inchiodato alla miseria dello stipendio statale guadagna meno di una cameriera di un grande albergo che arrotonda con le mance dei turisti. E infatti in tutti i Paesi Ocse, cioè in tutte le economie di mercato rette da un governo democratico, la laurea comporta un significativo vantaggio economico. Che però varia considerevolmente da Paese a Paese.

Il valore aggiunto del titolo di dottore è massimo in Irlanda e negli Stati Uniti, dove i laureati beneficiano anche di un prelievo fiscale basso. La laurea paga bene anche negli ex Paesi del Blocco di Varsavia (Polonia, Slovenia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) che - nota l’Economist - storicamente risentono della mancanza di laureati a fronte di un’alta richiesta di lavoratori qualificati. Mentre funziona meno nei Paesi nordici e nel Benelux (Svezia, Danimarca, Norvegia, Belgio e Olanda) che abbondano di «dottori» e per di più li tartassano.

Italia maglia nera

E in Italia? In Italia, è vero, il prelievo fiscale è molto alto, ma i laureati sono mosche bianche. E non è solo un’eredità del passato: anche fra i giovani dobbiamo accontentarci di un misero laureato ogni quattro 25-34enni: peggio di noi nella classifica Ocse fa solo il Messico. Con così pochi dottori in giro ci sarebbe da aspettarsi un vantaggio economico molto consistente. E invece non è così. Da noi lo scarto nello stipendio fra diplomati e laureati è basso, troppo basso, come ha più volte ricordato il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Siamo sui livelli della Norvegia che però ha il doppio di laureati di noi (un giovane su due). Una situazione che si traduce in circolo vizioso: continuiamo ad avere pochi laureati perché l’università è considerata poco attraente e infatti in Italia il tasso di iscrizione degli studenti a un corso di laurea di primo livello è del 37%, molto inferiore rispetto alla maggior parte dei Paesi dell’Ocse.

Laurea, dottorato o master per noi pari sono

Ma c’è di peggio. In Italia non è soltanto la laurea a non pagare il giusto dividendo rispetto al diploma di scuola superiore. Nemmeno il dottorato o il master fanno la differenza. Negli altri Paesi chi decide di fare un investimento ulteriore in istruzione ne ottiene in cambio un sensibile aumento di stipendio. Da noi, invece, laurea o dottorato pari sono. Colpa di un tessuto produttivo fatto di piccole e medie imprese che non sanno valorizzare lavoratori altamente qualificati come chi possiede un Phd. E poi ci si chiede come mai facciano le valigie... Secondo un recente rapporto Istat il 12,9 per cento dei dottori di ricerca vivono all’estero, dove in media guadagnano 830 euro in più dei colleghi rimasti in Italia. E soprattutto hanno un impiego più a misura del loro profilo, visto che da noi invece un dottore di ricerca su 4 (nel caso delle donne, uno su tre) fa un lavoro che non ha nulla a che vedere con l’attività di ricerca e sviluppo.

http://www.corriere.it/scuola/universita/cards/laurea-italia-allarga-mente-ma-non-gonfia-portafogli/quanto-paga-laurea-mondo_principale.shtml




venerdì 25 novembre 2016

FLIPPED CLASSROOM (la classe capovolta)

L’idea-base della «flipped classroom» è che la lezione diventa compito a casa mentre il tempo in classe è usato per attività collaborative, esperienze, dibattiti e laboratori. In questo contesto, il docente non assume il ruolo di attore protagonista, diventa piuttosto una sorta di “mentor”, il regista dell’azione pedagogica. Nel tempo a casa viene fatto largo uso di video e altre risorse e-learning come contenuti da studiare, mentre in classe gli studenti sperimentano, collaborano, svolgono attività laboratoriali. A tutti gli effetti il «flipping» non è tanto un approccio pedagogico, quanto una filosofia da usare in modo fluido e flessibile, a prescindere dalla disciplina o dal tipo di classe. È importante che il tempo ‘guadagnato’ in classe grazie al flipping venga usato in maniera ottimale e che le risorse utilizzate dallo studente nel tempo a casa siano di qualità elevata, oltre ad essere calibrate sul livello di conoscenza fino a quel momento raggiunto dal giovane. Una libreria di contenuti integrata con video online vagliati in base a qualità e accessibilità è il miglior punto di partenza per ottenere un buon risultato finale.

Non serve banda larga, non servono computer, non serve la lavagna interattiva multimediale né le fotocopie. Servono però insegnanti formati, capaci di fare anche i blogger, di lavorare in modo cooperativo. E - cosa non banale – serve che ogni studente abbia a disposizione uno smartphone e una connesione internet quando si trova a casa. Tutto sommato, forse, un obiettivo più raggiungibile che fornire una connessione a circa l'80% delle scuole – tra primarie e secondarie – che ancora oggi ne sono prive.
Sono questi gli ingredienti della "flipped classroom", ovvero la "classe capovolta", una rivoluzione della scuola che non passa per le riforme di sistema ma per la sperimentazione quotidiana degli insegnanti. In Italia la "flipped classroom" fa breccia, visto che dal 2014 (anno di fondazione dell'associazione Flipnet Onlus) a oggi ci sono già 600 insegnanti formati e 120 sezioni di scuola in cui 'ufficialmente' si pratica la didattica capovolta. L'interesse pare destinato a crescere: a Roma la Palestra dell'Innovazione è stata presa d'assalto da docenti arrivati da tutta Italia per assistere al primo convegno nazionale sul tema.
Una didattica inclusiva. "La scuola italiana è una scuola di qualità, soprattutto le scuole dell'infanzia e elementari. Quindi non riformatele: semmai date più soldi per comprare la carta igienica – ha detto il linguista e ex ministro dell'Istruzione Tullio De Mauro – Quando comincia il diasastro? Negli ultimi anni delle scuole superiori. E allora cosa differenzia il primo pezzo dal secondo? Che la scuola primaria è inclusiva, non ci sono bocciati, che utilizza lo spazio per favorire l'interattività dei gruppi e valorizza la dimensione laboratoriale". "La flipped classroom – ha proseguito De Mauro - apre la strada a una didattica inclusiva, in cui gli studenti stanno in classe non per assistere passivi alla lezione, ma per studiare insieme ed essere seguiti individualmente".
Non serve banda larga, non servono computer, non serve la lavagna interattiva multimediale né le fotocopie. Servono però insegnanti formati, capaci di fare anche i blogger, di lavorare in modo cooperativo. E - cosa non banale – serve che ogni studente abbia a disposizione uno smartphone e una connesione internet quando si trova a casa. Tutto sommato, forse, un obiettivo più raggiungibile che fornire una connessione a circa l'80% delle scuole – tra primarie e secondarie – che ancora oggi ne sono prive.
Sono questi gli ingredienti della "flipped classroom", ovvero la "classe capovolta", una rivoluzione della scuola che non passa per le riforme di sistema ma per la sperimentazione quotidiana degli insegnanti. In Italia la "flipped classroom" fa breccia, visto che dal 2014 (anno di fondazione dell'associazione Flipnet Onlus) a oggi ci sono già 600 insegnanti formati e 120 sezioni di scuola in cui 'ufficialmente' si pratica la didattica capovolta. L'interesse pare destinato a crescere: a Roma la Palestra dell'Innovazione è stata presa d'assalto da docenti arrivati da tutta Italia per assistere al primo convegno nazionale sul tema.
Una didattica inclusiva. "La scuola italiana è una scuola di qualità, soprattutto le scuole dell'infanzia e elementari. Quindi non riformatele: semmai date più soldi per comprare la carta igienica – ha detto il linguista e ex ministro dell'Istruzione Tullio De Mauro – Quando comincia il diasastro? Negli ultimi anni delle scuole superiori. E allora cosa differenzia il primo pezzo dal secondo? Che la scuola primaria è inclusiva, non ci sono bocciati, che utilizza lo spazio per favorire l'interattività dei gruppi e valorizza la dimensione laboratoriale". "La flipped classroom – ha proseguito De Mauro - apre la strada a una didattica inclusiva, in cui gli studenti stanno in classe non per assistere passivi alla lezione, ma per studiare insieme ed essere seguiti individualmente".
Usare lo smartphone a scuola. Maurizio Maglione è un insegnante di chimica dell'Istituto Professionale Alberghiero Domizia Lucilla di Roma, ha scritto con Fabio Biscaro il libro La classe capovolta che ha aperto la strada anche in Italia a questa sperimentazione: "Insegniamo in classi spesso sporche, in cui regna l'incuria. Gli strumenti sono pochi, ma non dobbiamo cadere nel gioco del cane che si morde la coda, non ci sono computer o tablet a disposizione per tutti, ma tutti i nostri studenti hanno uno smartphone in tasca. Allora facciamoglielo usare, con l'idea che noi docenti prima di tutto dobbiamo rispondere alla loro domanda: 'ma a cosa servono le cose che ci state insegnando?'". In una "classe capovolta" l'insegnante mette a disposizione degli alunni dei materiali in rete, delle vere e proprie lezioni registrate, che possono essere anche risorse già presenti in internet ("un ragazzo impara certamente moltissimo dalla lettura della Divina Commedia di Benigni", suggerisce ad esempio Maglione) e che vengono studiate a casa di pomeriggio. La mattina, in classe, i ragazzi sono coinvolti in laboratori, lavori di gruppo, che mettono al centro la loro creatività e le loro intelligenze. "Dobbiamo focalizzare molto bene la differenza tra conoscenze e competenze – ha detto ancora Maglione – e cominciare a cambiare noi stessi, come insegnanti, diventando capaci di lavorare in rete, scambiandoci esperienze, proposte. Il circolo del cane che si morde la coda deve diventare virtuoso".
La rivoluzione del world wide web. Ma il ribaltamento della classe prima che tecnologico deve essere culturale, ha sottolineato Paolo Ferri dell'Università di Milano Bicocca, ricordando che quando il tecnico informatico britannico Tim Berners-Lee inventò il world wide web lo fece per le esigenze della comunità scientifica "che sin dal '500 si basa su tre presupposti: i risultati devono essere pubblici, revisionabili e controllabili". Internet, insomma, nasce proprio come strumento della conoscenza, prima di diventare il mezzo di condivisione di qualsiasi cosa. Allora, è il discorso di Ferri, se si assume questo concetto ecco che l'utilizzo della tecnologia non diventa un orpello, ma il presupposto di una "svolta di paradigma" che porta con sé a cascata una rivoluzione: del setting d'aula, della relazione con gli studenti e la famiglia, e anche del processo di valutazione. Che, ha detto Mario Castoldi dell'Università di Torino, "deve smetterla di essere un momento isolato, separato, falsamente oggettivo", ma deve essere incentrato sui processi: la valutazione deve essere giocata nella quotidianità e non nel voto asettico di fine anno.
Sviluppare la creatività. Certo, i passi in avanti da fare sono tanti. Prima di tutto la formazione dei docenti. Ma anche uno svecchiamento culturale: basti pensare che non è mai stata abrogata la circolare che vieta l'uso del telefonino in aula. E poi, la ricerca di connessioni con il territorio. Come la Palestra dell'Innovazione di Roma che – ha ricordato il direttore Alfonso Molina – ha già messo in rete 90 scuole in Italia per supprotarle nella diffusione di una didattica che insegni il pensiero aperto. Perché creativi non si nasce, si diventa.

http://www.repubblica.it/scuola/2015/02/14/news/flipped_classroom_scuola-107238673/

martedì 20 settembre 2016

Le 10 competenze trasversali più ricercate dai datori di lavoro: l'analisi di LinkedIn

Sono chiamate soft skills, e sono le competenze “intangibili” che definiscono ciò che si è, diversamente dalle hard skills che invece definiscono ciò che si sa fare. E oggi le soft skills (in italiano “competenze trasversali”) sono al centro dell’attenzione del mercato del lavoro quale componente essenziale – e addirittura prevalente – del talento professionale che le aziende ricercano e selezionano.

Essere è più importante di sapere
La più recente conferma che essere è spesso più importante di sapere (il sapere si acquisisce, le caratteristiche personali sono più difficili da modificare) arriva da LinkedIn, secondo il quale sono più numerose le aziende che faticano a trovare candidati con le giuste soft skills (59%) di quelle che faticano a trovare candidati con le giuste hard skills (53%). E, dice LinkedIn, il 58% dei responsabili risorse umane è convinto che insufficienti competenze trasversali fra i dipendenti limitino la produttività dell’azienda. Per capire quali sono le soft skills più gettonte LinkedIn ha selezionato sulla propria piattaforma i profili delle persone che nel corso di un anno avevano cambiato datore di lavoro dopo essersi candidate ad almeno una posizione aperta. La ricerca, effettuata sugli iscritti americani, ha portato a individuare 2,3 milioni di profili, dei quali LinkedIn ha poi analizzato le competenze trasversali per individuare quelle più ricercate dai datori di lavoro.

Le competenze più richieste sono quelle fondamentali
Le soft skills più ricercate sono risultate essere comunicazione (capacità di comunicare il proprio pensiero), organizzazione (sapersi organizzare nel proprio lavoro), capacità di lavorare in team, puntualità, pensiero critico, capacità sociali, creatività, capacità di comunicazione interpersonale, adattabilità e carattere amichevole. Una lista che sfata il mito delle competenze “sofisticate”, come possono essere considerate quelle di leadership, analisi, gestione del team: alla fine dei conti, dice LinkedIn, ciò che conta veramente per le aziende sono i fondamentali, cioè dipendenti che sappiano lavorare con gli altri, che siano disponibili e adattabili e che siano in grado di organizzare il proprio lavoro in modo da fare quanto loro richiesto nei tempi richiesti, possibilmente con un certo margine di autonomia (pensiero critico) e apportando un certo valore aggiunto (creatività).

Meno richieste quelle troppo specifiche e poco applicabili
Per contro, l’indagine ha fatto emergere anche le soft skills meno considerate dalle aziende: pianificazione del business, leadership di team multifunzionali, intelligenza emotiva, team building, coaching, management, analisi, gestione del team, scrittura di curriculum e business. Viene il dubbio che queste competenze siano risultate le meno considerate perché espresse in maniera molto generica, laddove skills più sofisticate richiedono anche un’elaborazione maggiore (che tipo di competenza esprime la semplice parola “business”?). Rimane il fatto, conclude LinkedIn, che le aziende ricercano nei potenziali dipendenti prima di tutto le caratteristiche essenziali per avere successo nel posto di lavoro, cioè competenze applicabili a qualunque ruolo, settore o inquadramento. E il suggerimento viene da sé: è sempre bene inserire nel proprio profilo LinkedIn anche le soft skills di base, per quanto “scontate” possano sembrare. - See more at: 

http://www.eventreport.it/stories/mercato/124622_le_10_competenze_trasversali_pi_ricercate_dai_datori_di_lavoro_lanalisi_di_linkedin/#sthash.CtWXPPWw.dpuf

Big-headed babies are brightest



The size of babies’ heads at birth is strongly linked to their future success, with larger head circumferences and brain volume associated with higher intelligence, scientists have found.

The finding is among the first to emerge from data gathered by UK Biobank, in which 500,000 Britons are being studied over the long term to discover the links between their genes, their physical and mental health and their path through life.

A key target for the research is unravelling the complex links between brain function and DNA — one of neuroscience’s great challenges because so many genes are involved.

The finding,…


Pubblicato: http://www.thetimes.co.uk/article/big-headed-babies-are-brightest-pmwgfp0q2

sabato 20 agosto 2016

Come cambia l’apprendimento se lo studio è sui libri o «touch» dai millennials ai nati dopo il 2010

Nella peggiore delle ipotesi a tre anni sanno maneggiare uno smartphone e si destreggiano con un tablet. Ma siamo proprio sicuri che l’apprendimento dei bambini (i cosiddetti nativi digitali) che hanno appena iniziato il loro percorso di studi non contempli ancora gli strumenti di carta, i libri e le enciclopedie che hanno affinato le conoscenze di intere generazioni? Il tema divide gli esperti e lascia aperto il campo a ogni soluzione. Di certo c’è che la scuola - anche quella italiana - si sta aprendo a una serie di trasformazioni e quello delle tecniche e degli strumenti di insegnamento è un argomento centrale nella costruzione del nuovo sistema dell’istruzione.

Sostengono i tradizionalisti che leggere un volume stampato richieda maggiore concentrazione. È quella che in gergo viene chiamata «fisicità del libro» (inteso come oggetto fatto di caratteri stampati e dotato di un suo «spessore»). Ribattono gli innovatori: aprire al digitale significa fornire un ulteriore contributo al plurilinguismo dei bambini. A sostegno dei primi c’è un’indagine condotta nel 2014 dall’università norvegese di Stavanger: affidando la lettura dello stesso racconto a due gruppi di ragazzi, su carta agli uni e su Kindle agli altri, si è scoperto che la memorizzazione è nettamente superiore per chi ha scelto il vecchio libro di carta. «È evidente - riflette Giuseppe Riva, docente di Psicologia dei nuovi media dell’Università Cattolica di Milano - che se un bambino sviluppa il suo apprendimento attraverso la scrittura, quel foglio poi diventerà lo spazio fisico su cui organizzare la sua conoscenza. Se invece l’apprendimento prende forma attraverso “touch” su uno schermo, allora i processi potrebbero essere differenti».

È ancora presto per dirlo, però. Perché Riva tende a tenere separati i cosiddetti «Millennials» dai bambini nati dopo il 2010. «La nuova generazione che sta arrivando sui banchi di scuola - spiega - è quella cresciuta con il tablet in mano. E tuttavia io credo che i volumi e le enciclopedie cartacee siano ancora utili ai bambini perché rappresentano un modo organizzato di sviluppare la conoscenza su temi specifici. Dalla Rete, spesso, arrivano troppe informazioni e non si individuano quelle importanti». Chi non sembra avere molti dubbi al riguardo è lo scrittore Eraldo Affinati, che da tempo ha aperto assieme alla moglie una scuola di italiano per giovani immigrati: «La carta intesa come libro o come foglio sul quale scrivere sollecita meccanismi logici della percezione mentale in qualche modo insostituibili». È un ragionamento, il suo, frutto non di teorie ma dell’esperienza quotidiana maturata tra i banchi della scuola nella quale insegna: «Da noi arrivano molti giovani analfabeti che sanno in qualche modo usare un telefonino. Noi che li addestriamo alla manualità abbiamo notato che la scrittura e la lettura vecchio stile sono un buon metodo per l’apprendimento». E un’altra indicazione in questo senso arriva dagli Stati Uniti: un sondaggio condotto presso librerie e studenti dalla linguista Naomi S. Baron, della American University di Washington, ha dimostrato che gli studenti (seppur di poco più adulti dei bambini delle elementari) preferiscono il libro stampato agli ebook.

Forse è una questione di concentrazione: moltissimi degli intervistati hanno dichiarato di soffermarsi per meno tempo su una pagina digitale rispetto a una cartacea. Paolo Ferri, però, docente di Tecnologie didattiche alla Bicocca di Milano, prova a frenare: «Leggere in digitale produce più vantaggi perché è più economico e permette di avere un archivio più vasto senza occupare molto spazio. Di contro, alcune ricerche sostengono che calcare la mano su un foglio per scrivere contribuisca a un maggiore sviluppo cerebrale».
Il dilemma permane. «Fosse per me abolirei l’uso dei tablet fino a una certa età», azzarda la scrittrice Paola Mastrocola. Chissà se è davvero finito il tempo dei libri scarabocchiati, stropicciati e dei quaderni pieni zeppi di esercizi... Una rivoluzione è in atto, ma nessuno sa quale sarà l’esito finale.

http://www.corriere.it/cronache/16_agosto_20/enciclopedia-ragazzi-edicola-il-corriere-sera-carta-impari-piu-7413238c-66c0-11e6-a871-4e65f9c31faf.shtml