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venerdì 18 maggio 2018

Avere un «grande» cervello dipende anche da quello che si mangia


Uno studio olandese mostra un legame tra dieta sana e volume encefalico: scoperta importante specie per gli anziani che combattono con la riduzione dovuta all’età.

Volete diventare dei «cervelloni»? Fate più attenzione a quello che mangiate. E quando si dice cervellone si intende “one” proprio fisicamente e cioè con un volume superiore alla media ( dato ovviamente depurato da fattori confondenti come dimensioni della scatola cranica e corporee in generale) . E se avere un cervello grande non vi sembra poi tanto importante, perché conta di più la ricchezza in connessioni nervose, sappiate che molti studi hanno dimostrato che le abilità cognitive dipendono anche dal volume encefalico.

L’analisi

A porre l’accento su questo nuovo legame tra alimentazione e intelligenza è uno studio, appena pubblicato su Neurology on line, che ha coinvolto più di 4.000 Olandesi con un’età media di 66 anni. I partecipanti alla ricerca hanno riferito quanto e che cosa avevano mangiato nel corso di un intero mese e hanno ricevuto un punteggio da 1 a 14 in base all’aderenza della loro dieta al modello proposto dalla Linee guida olandesi ( molto simile a quello della dieta mediterranea), che privilegia la presenza di vegetali, prodotti cereali integrali, legumi, frutta secca a guscio, latte e derivati, pesce e te e , di contro, la riduzione di grassi insaturi, salumi e salsicce, bevande zuccherate e alcoliche e sale. In media, chi ha partecipato all studio ha ottenuto sette come votazione.

I criteri

Tutti soggetti del ricerca sono poi stati sottoposti a risonanza magnetica per valutare il volume del cervello ( valore medio: 932 millimetri). Depurati i dati da elementi che avrebbero potuto alterare i risultati come ipertensione, fumo, attività fisica), i ricercatori sono giunti alla conclusione che chi si era meritato un voto più alto per le proprie abitudini alimentari aveva effettivamente (e in media) un cervello più grande di due millimetri. E un volume encefalico di 3,6 millimetri più piccolo corrisponde, a pari età anagrafica, a un anno in più. Un’informazione da tener presente soprattutto se si è anziani (come i partecipanti alla ricerca) perché con gli anni il volume encefalico si riduce, ma che può tornare utile a tutti visto che invecchiare ( si spera) tocca a tutti.

Le conclusioni

I ricercatori tengono però a sottolineare che non è stato assolutamente individuato “un” cibo con uno specifico valore anti-age, ma che è l’insieme della dieta a contare. Ovviamente il lavoro ha dei limiti: riporta abitudini alimentari e valutazioni relative a un breve periodo di tempo si basa su report autoriferiti. E, come dicono gli stessi autori, per ora è stata dimostrata solo un associazione tra dieta sana e dimensioni del cervello e non un legame di causa effetto.

https://www.corriere.it/salute/neuroscienze/18_maggio_15/dmensioni-cervello-dieta-7de7f39a-5847-11e8-9f2b-7afb418fb0c0.shtml

mercoledì 21 marzo 2018

Quando l’amore conta più del colesterolo

http://www.corriere.it/cronache/18_marzo_18/amore-conta-piu-colesterolo-1827f5d8-2a24-11e8-a69c-c536cc584d87.shtml


Quando l’amore conta più del colesterolo
Il segreto per vivere bene? Legami affettivi forti. Lo affermano gli scienziati di Harvard in uno studio iniziato 80 anni fa (con lo studente John Kennedy)


Non chiedetemi come hanno fatto, certo è che ci sono riusciti. L’idea dei ricercatori di Boston era assolutamente lungimirante e l’obiettivo davvero ambizioso: capire cos’è che ci consente di vivere bene e a lungo. Così gli studiosi dell’Università di Harvard hanno preso nota di tutto quello che succedeva ai quasi 300 studenti ammessi al College tra il 1938 e il 1944: stato di salute — fisica e mentale — lavoro, famiglia, amici e tanto d’altro (lo studio va avanti da 80 anni e non si fermerà, pare, tanto presto).

E cosa hanno scoperto? Quello che avevano già capito i Beatles: «Love, love, love», insomma, è l’amore a farti vivere bene. Non solo ma l’educazione è più importante dei soldi e dello stato sociale, mentre la solitudine uccide, proprio come l’alcol e il fumo. «Non basta essere brillanti per invecchiare bene — ha scritto George Vaillant, uno di coloro che si sono avvicendati a capo di questa avventura — devi essere innamorato, o comunque avere relazioni affettive forti, in famiglia (padre e madre naturalmente, ma anche fratelli, sorelle, zii, cugini e tutti quelli che ci vengono in mente) e fuori, e poi tanti amici». «Ma non dovevano essere i livelli di colesterolo e la pressione alta a far male?» direte voi. Sì certo, ma l’uno e l’altra a detta degli studiosi di Harvard contano meno della famiglia o dell’avere un legame affettivo stabile per esempio. Insomma è come se a tutti i consigli, comunque preziosissimi, di tanti bravi medici per invecchiare bene «non fumate, bevete poco alcol, e poi frutta, verdura e pesce, e attività fisica» ne mancasse uno che è forse il più importante: «Dedicate tempo ed energie ai vostri rapporti con gli altri». Sul lavoro? Certo, ma anche fuori se volete, non importa.

I vantaggi per la salute

Imparare a farlo avvantaggia specialmente il cervello e gli scienziati l’hanno documentato con test di performance intellettuale e con tanti altri esami incluso l’elettroencefalogramma (che hanno ripetuto periodicamente per 80 anni!). Anche i rapporti sociali dei più piccoli sono importanti — con gli altri bambini o con gli adulti non importa, l’importante è che ne abbiano — più fanno esperienze diverse e più giocano, meglio è. Nessuno studio è perfetto e non lo è nemmeno lo studio «Grant» non fosse altro perché quanto abbiamo scritto finora potrebbe valere solo per i maschi in quanto al College a quei tempi ci andavano solo gli uomini — tutti fra l’altro bianchi — gente altolocata di solito (uno dei primi a prendere parte allo studio fu un certo John Fitzgerald Kennedy, sì, proprio lui, il futuro Presidente degli Stati Uniti e poi Ben Bradlee per moltissimi anni direttore del Washington Post). E gli altri? Ci sono stati grandi imprenditori, avvocati di grido e medici famosi, ma c’era anche gente normale e persino certi che poi ebbero una vita miserevole: alcolizzati per esempio o drogati o schizofrenici.


Nei sobborghi

Col passare degli anni lo studio si è arricchito di molte altre persone, anche donne e di un’attività parallela «Glueck» cui hanno preso parte soprattutto ragazzi, questi però vivevano nei sobborghi di Boston e, come potete immaginare, il confronto fra loro e quelli del College ha fornito indicazioni preziose. Vi chiederete dove gli studiosi abbiano trovato i fondi per fare tutto questo e per poter andare avanti per così tanti anni. Dal governo federale in parte e poi dai National Institutes of Health e dalle tasse dei cittadini; anche se adesso c’è chi comincia a criticare questa scelta a cominciare dal presidente Trump: «Cosa continuiamo a spendere soldi per questo studio quando dovremmo invece preoccuparci di trovare nuove terapie per il cancro o per l’Alzheimer?». Se lo chiedete a Robert Waldinger, che ha seguito «Grant» per più di 30 anni, vi dirà che proprio grazie ai dati che sono stati raccolti in tutto questo tempo è stato possibile stabilire che chi è omosessuale non ha scelto di esserlo per esempio o che l’alcolismo non è una colpa ma una malattia e tante altre cose ancora.

La ricerca oggi

Non solo ma se oggi siamo capaci di interpretare almeno un po’ certe scelte di vita della gente dipende proprio dal fatto che qualcuno si è preso la briga di seguire queste persone dalla giovinezza alla vecchiaia. Il bello è che Waldinger non ha alcuna intenzione di fermarsi, adesso sta studiando i figli degli studenti del College del ’38 e persino i figli dei figli: «È entusiasmante — dice — presto avremo tantissime informazioni e sapremo rispondere a domande a cui nessuno ha mai saputo rispondere fino ad ora». E chissà che un giorno questi dati non possano persino portare un contributo allo sforzo che si sta facendo un po’ dappertutto per prevenire certe malattie — cardiovascolari e diabete per esempio — ma anche i disturbi del sistema nervoso, o per rallentare l’invecchiamento. Se fosse così avremmo un mondo migliore e i sistemi sanitari di tutto il mondo risparmierebbero tantissimi soldi.

venerdì 6 ottobre 2017

Who are the NEETs?

The concept of NEET – young people not in employment, education or training – has been useful in enabling policymakers to better address the disjunctions between young people and the labour market. While the traditional labour market dichotomy of employed or unemployed is valid, it fails to capture modern school-to-work transitions and the legions of young people who are outside the labour market and not accumulating human capital and hence who may be vulnerable to a range of social ills. In 2015, some 4.6 million young people aged 15–24 were unemployed. This is just a subgroup of the broader category of NEET, which comprises 6.6 million young people, meaning that had the concept of NEET not found currency, 2 million young people would have attracted limited attention from a policy perspective. NEET has put previously marginalised populations such as young mothers, young people with disabilities and young labour market drop-outs back into the policy debate about youth unemployment.

NEETs is a broad category encompassing a heterogeneous population. Disentangling the subgroups within it is essential for a better understanding of their different characteristics and needs, and for tailoring effective policies to reintegrate them into the labour market or education.

Identifying the subgroups also aids in identifying who is most vulnerable to poverty and social exclusion. While individuals in the NEET category often experience multiple disadvantages, including a low level of education, poverty and difficult family backgrounds, the population of NEETs is made up of both vulnerable and non-vulnerable young people who have in common the fact that they are not accumulating human capital through formal channels.

Publication: Living and working in Europe 2016

Topic: NEETs

https://www.eurofound.europa.eu/news/news-articles/who-are-the-neets

lunedì 2 ottobre 2017

MEDIAZIONE FAMILIARE per le persone più fragili

Rimettiamo il figlio al centro del diritto

«Occuparsi di diritto di famiglia significa occuparsi di relazioni umane. E le relazioni umane più delicate e più importanti sono quelle che riguardano i minori». Ecco, secondo quanto spiegato dall’avvocato Marta Giovannini, a cui ieri è toccato fare sintesi di quanto emerso dal gruppo sulla 'giustizia minorile', il tema più urgente per i giuristi della famiglia. Oggi il diritto di famiglia sta emarginando i minori. Nei tanti casi giudiziari che coinvolgono le famiglie, il criterio prevalente sembra quello adultocentrico. «Dobbiamo trovare un nuovo equilibrio tra diritto e costume, riconoscendo valore a tutte le parti in conflitto, ma soprattutto alle persone più fragili». Ecco perché i giuristi hanno chiesto innanzi tutto di valorizzare la mediazione familiare, anche quella preventiva che oggi è considerata quasi marginale. «Si tratta di una misura capace sia di prevenire il conflitto, sia di renderlo meno dirompente». La mediazione, è stato fatto notare, dev’essere un diritto soprattutto per i minori, mentre oggi non è neppure prevista. Altro tema irrinunciabile quello della disparità di trattamento tra figli nati all’interno del matrimonio e figli di coppie non coniugate. Nel primo caso, quando la coppia si spezza, della situazione dei figli si occupa il giudice. Nel secondo no, con la conseguenza che i minori rimangono spesso senza tutele. Una situazione che va corretta al più presto. Stesso discorso per lo status di figlio. È stato sottolineata l’inopportunità di esigere, come avviene ora, il riconoscimento da parte della madre quando la nascita avviene fuori dal matrimonio. Anche il diritto al parto in anonimato – hanno fatto notare gli esperti – andrebbe normato con più chiarezza. C’è poi il grande capitolo dell’affido. Quello limitato al minore, è stato fatto notare, non basta più. Occorre pensare a un affido di tutta la famiglia in difficoltà. Ci sono già esperienze in questo senso. Andrebbero fatte rientrare nella riforma in discussione.

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/buone-idee-per-rilanciare-la-famiglia


lunedì 12 giugno 2017

Caffeine Is A Silent Performance Killer

http://www.huffingtonpost.com/entry/caffeine-is-a-silent-performance-killer_us_5939aa6de4b014ae8c69debd

Need we say more? Discover how caffeine toys with your emotions and get the motivation you need to finally kick the habit.

This tip for improving your performance is the most simple and straightforward method I’ve provided thus far. For many people, this tip has the potential to have a bigger impact than any other single action. The catch? You have to cut down on caffeine, and as any caffeine drinker can attest, this is easier said than done.

For those who aren’t aware, the ability to manage your emotions and remain calm under pressure has a direct link to your performance. TalentSmart has conducted research with more than a million people, and we’ve found that 90 percent of top performers are high in emotional intelligence. These individuals are skilled at managing their emotions (even in times of high stress) in order to remain calm and in control.

The Good: Isn’t Really Good

Most people start drinking caffeine because it makes them feel more alert and improves their mood. Many studies suggest that caffeine actually improves cognitive task performance (memory, attention span, etc.) in the short-term. Unfortunately, these studies fail to consider the participants’ caffeine habits. New research from Johns Hopkins Medical School shows that performance increases due to caffeine intake are the result of caffeine drinkers experiencing a short-term reversal of caffeine withdrawal. By controlling for caffeine use in study participants, John Hopkins researchers found that caffeine-related performance improvement is nonexistent without caffeine withdrawal. In essence, coming off caffeine reduces your cognitive performance and has a negative impact on your mood. The only way to get back to normal is to drink caffeine, and when you do drink it, you feel like it’s taking you to new heights. In reality, the caffeine is just taking your performance back to normal for a short period.

The Bad: Adrenaline

Drinking caffeine triggers the release of adrenaline. Adrenaline is the source of the “fight or flight” response, a survival mechanism that forces you to stand up and fight or run for the hills when faced with a threat. The fight-or-flight mechanism sidesteps rational thinking in favor of a faster response. This is great when a bear is chasing you, but not so great when you’re responding to a curt email. When caffeine puts your brain and body into this hyper-aroused state, your emotions overrun your behavior.

Irritability and anxiety are the most commonly seen emotional effects of caffeine, but caffeine enables all of your emotions to take charge.

The negative effects of a caffeine-generated adrenaline surge are not just behavioral. Researchers at Carnegie Mellon University found that large doses of caffeine raise blood pressure, stimulate the heart, and produce rapid shallow breathing, which readers of Emotional Intelligence 2.0 know deprives the brain of the oxygen needed to keep your thinking calm and rational.

The Ugly: Sleep

When you sleep, your brain literally recharges, shuffling through the day’s memories and storing or discarding them (which causes dreams), so that you wake up alert and clear-headed. Your self-control, focus, memory, and information processing speed are all reduced when you don’t get enough—or the right kind—of sleep. Your brain is very fickle when it comes to sleep. For you to wake up feeling rested, your brain needs to move through an elaborate series of cycles. You can help this process along and improve the quality of your sleep by reducing your caffeine intake.

Here’s why you’ll want to: caffeine has a six-hour half-life, which means it takes a full twenty-four hours to work its way out of your system. Have a cup of joe at eight a.m., and you’ll still have 25 percent of the caffeine in your body at eight p.m. Anything you drink after noon will still be at 50 percent strength at bedtime. Any caffeine in your bloodstream—with the negative effects increasing with the dose—makes it harder to fall asleep.

When you do finally fall asleep, the worst is yet to come. Caffeine disrupts the quality of your sleep by reducing rapid eye movement (REM) sleep, the deep sleep when your body recuperates and processes emotions. When caffeine disrupts your sleep, you wake up the next day with an emotional handicap. You’re naturally going to be inclined to grab a cup of coffee or an energy drink to try to make yourself feel better. The caffeine produces surges of adrenaline, which further your emotional handicap. Caffeine and lack of sleep leave you feeling tired in the afternoon, so you drink more caffeine, which leaves even more of it in your bloodstream at bedtime. Caffeine very quickly creates a vicious cycle.

Withdrawal

Like any stimulant, caffeine is physiologically and psychologically addictive. If you do choose to lower your caffeine intake, you should do so slowly under the guidance of a qualified medical professional. The researchers at Johns Hopkins found that caffeine withdrawal causes headache, fatigue, sleepiness, and difficulty concentrating. Some people report feeling flu-like symptoms, depression, and anxiety after reducing intake by as little as one cup a day. Slowly tapering your caffeine dosage each day can greatly reduce these withdrawal symptoms.

martedì 30 maggio 2017

Alcuni esempi di Bitesize Learning


Tutta la vita dell’impero romano, dalla nascita nel 753 a.C. con Romolo e Remo alla fine nel 1478 coi despoti d’Epiro, riassunta e animata in questa clip postata su YouTube da EmperorTigerstar. Ripercorriamo oltre duemila anni di storia attraverso i colori delle aree che si modificano, espandendosi e ritraendosi, sulla cartina politica dell’Europa e del Nord Africa. Un viaggio affascinante per ripassare e rinfrescare quello che si è studiato nelle lezioni di storia durante gli anni della scuola.

https://www.youtube.com/user/EmperorTigerstar/featured




lunedì 13 marzo 2017

L’interfaccia cervello-computer permetterà di scrivere con il pensiero

Le persone paralizzate a causa di gravi patologie potranno in futuro comunicare in maniera sempre più rapida. Questo grazie allo sviluppo e al miglioramento di una particolare tecnologia chiamata interfaccia cervello-computer. Il meccanismo è semplice: una serie di macchinari e di software sono in grado di decifrare i segnali elettrici del cervello traducendoli in parole scritte composte su uno schermo. Una forma di scrittura con il pensiero.

“In questo studio abbiamo raggiunto una velocità e un’accuratezza tre volte più alte di tutti gli esperimenti precedenti. Ci vogliamo avvicinare alla rapidità di scrittura su un normale smartphone” sottolinea Krishna Shenoy, professore della Stanford University che insieme al dottor Jaimie Henderson ha realizzato questa ricerca, pubblicata su eLife.

LO STUDIO SUI PAZIENTI 
 
La ricerca è frutto della collaborazione tra medici ed ingegneri elettronici vista la complessità della materia. Per realizzarla sono stati coinvolti tre pazienti paralizzati: due affetti da sclerosi laterale amiotrofica e un terzo vittima di una grave lesione spinale. Per monitorare l’attività elettrica cerebrale sono stati impiantati degli elettrodi all’interno della corteccia motoria del cervello, la zona responsabile dei movimenti volontari delle persone.

È stato poi un algoritmo, istruito in maniera specifica da ognuno dei tre soggetti, a decifrare questi segnali traducendoli in spostamenti di un cursore su una tastiera virtuale presente sullo schermo. Questo software, dotato di intelligenza artificiale, è stato così in grado di simulare un ipotetico movimento di un arto per selezionare la lettera da scrivere, componendo le singole parole.

I RISULTATI E LE PROSPETTIVE

Uno dei tre pazienti coinvolti nell’esperimento è riuscito a digitare 39 caratteri in un minuto, l’equivalente di circa otto parole. Un risultato tre volte superiore ai precedenti test simili. “Questo studio rappresenta un grande successo per migliorare in futuro le condizioni di vita di pazienti paralizzati” tiene a sottolineare Henderson, che da anni lavora allo sviluppo dell’interfaccia cervello-computer.

L’obiettivo rimane quello di velocizzare sempre di più il tempo di scrittura delle persone. Ma gli studiosi puntano anche a realizzare tecnologie che siano utilizzabili, non soltanto tramite complessi e costosi macchinari, ma anche dai comuni dispositivi che adoperiamo tutti i giorni come smartphone, tablet e computer.

I passi avanti nello studio dell’interfaccia cervello-computer sono stati molti negli ultimi anni. Dei ricercatori tedeschi hanno ideato un sistema di monitoraggio dell’attività cerebrale da utilizzare in tecnologie di riconoscimento vocale. Gli studiosi del Mit stanno invece sviluppando macchine e algoritmi per facilitare la comunicazione tra persone e robot.

http://www.lastampa.it/2017/03/13/scienza/benessere/linterfaccia-cervellocomputer-permetter-di-scrivere-con-il-pensiero-IkRGWSdLmr8UHhQh9tA6bO/pagina.html


lunedì 26 dicembre 2016

Facebook, prenditi una pausa e ti sentirai meglio. Soprattutto a Natale

Se frequentare i social network può avere effetti negativi sull'umore, una settimana di sospensione può bastare per sentirsi meglio. Ma è importante coltivare affetti e attività in modo indipendente. Per non subire gli effetti da astine

LE VACANZE di Natale e il maggiore tempo libero potrebbero portarci a navigare sui social ancora di più di quanto facciamo di solito. Ma se non è un modo per sentire amici e parenti che magari, nonostante le Feste, non riusciamo a incontrare di persona, passare molto tempo su Facebook, potrebbe nuocere al nostro benessere psicologico. E allora potremmo star meglio prendendo una pausa e scegliere piuttosto di fare una passeggiata o di passare più tempo con le persone "reali".

Lo studio. È il consiglio dei ricercatori dell'università di Copenaghen che hanno verificato i benefici di sospendere la frequentazione del social network sul benessere psicologico di oltre 1000 persone, soprattutto donne, e pubblicato i risultati su Cyberpsychology, Behaviour and Social Networking. Rispetto al gruppo di controllo che, durante il periodo dello studio, non ha mai smesso di frequentare Facebook, la sospensione di una settimana ha avuto effetti positivi sul gruppo di volontari in esame, soprattutto donne. In termini di pensieri positivi e soddisfazione nei confronti della propria vita. Effetti tanto più significativi quanto più i volontari erano assidui frequentatori del social network e quanto più questi tendono a provare invidia per le vite altrui.

Natale con i tuoi: il digital detox per le feste

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Parla con i tuoi amici: fai sapere che per le feste sarai ''spento''. Ma dì loro che potranno comunque telefonarti o mandarti messaggi

Parla con i tuoi amici: fai sapere che per le feste sarai ''spento''. Ma dì loro che potranno comunque telefonarti o mandarti messaggi

Togli la Sim dal tuo smartphone. E se proprio devi usarla, mettila in un vecchio telefonino.
Lasciati ispirare, non perdere tempo dietro al telefono: pensa a tutto quello che potresti fare dedicandoti ad altro.
Prova a spegnere tutto: smartphone, tablet, laptop e desktop. Puoi stare senza i device fino alla fine delle feste, basta provare.
Parla con i tuoi amici: fai sapere che per le feste sarai ''spento''. Ma dì loro che potranno comunque telefonarti o mandarti messaggi
Controlliamo lo smartphone in media circa 150 volte al giorno. E trascorriamo 8 ore e 41 secondi con lo sguardo puntato allo schermo. Ecco quattro consigli 'facili' per staccare la spina

fonte: itstimetologoff.com
Invidia e insoddisfazione. Invidia che scaturisce da confronti irrealistici con le vite di parenti e amici, perché fatti sulla base della loro ostentazione di felicità - il più delle volte non così autentica - tra famiglie felici e vacanze perfette. E la stessa passività con cui si trascorrono minuti e ore a osservare la vita degli altri, può aggravare il senso di insoddisfazione per via del fatto stesso di spendere tempo in un'attività poco significativa.

Nelle festività. "Nei periodi delle festività ricorrenti in particolare - puntualizza Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, esperto nelle dipendenze da tecnologia - staccare dai social può avere un effetto anche più positivo, perché la ripetizione di stereotipi o la condivisione da parte di amici di particolari situazioni felici che non fanno parte della nostra vita, possono instaurare o aumentare un sentimento di malessere".

Usarlo per quello che è. E se già studi precedenti avevano stabilito un legame tra sintomi depressivi e frequentazione dei social network, il consiglio degli esperti per stare meglio è prendersi pause da questa attività. "Potrebbe bastare un giorno alla settimana di disintossicazione dai social", spiega Lavenia, che prosegue: "Potrebbe anche essere utile scriversi su un foglio di carta le cose che abbiamo fatto e visto lontano da uno schermo, come il viso di nostro figlio o il colore del cielo". Così prendiamo consapevolezza di quello che ci perdiamo della realtà non virtuale che ci circonda, per riappropriarcene, in modo graduale.

L'astinenza. Per quanto riguarda lo studio danese, "occorre tuttavia vedere l'effetto di una pausa più lunga di una settimana - aggiunge Lavenia - perché se staccare da una relazione con i social, come per qualsiasi altra cosa che ci stimola e stressa come il lavoro o la famiglia, può rilassarci momentaneamente, sul periodo più lungo, se non ci siamo costruiti un tessuto sociale o attività al di fuori del mondo virtuale, possiamo andare incontro a situazioni di malessere simili a quelli dell'astinenza".

Allargare gli orizzonti social. E se il social preso in considerazione in questo studio è quello più diffuso e utilizzato, "per studi futuri - concludono i ricercatori - si dovrebbe analizzare l'effetto anche degli altri social sull'umore e di pause più lunghe per vedere se gli effetti positivi della pausa sono duratori o meno".
http://www.repubblica.it/salute/2016/12/22/news/facebook_depressione_natale-154665619/?ref=HRERO-1


venerdì 16 dicembre 2016

La laurea in Italia allarga la mente ma non gonfia il portafogli



«La laurea può allargarti la mente, ma anche gonfiarti il portafoglio». L’Economist - nomen omen - non usa perifrasi. Forse il linguaggio è un po’ brutale, ma il principio sacrosanto. Giusto che un laureato guadagni più di un diplomato. Quando capita il contrario, vuol dire che qualcosa non va. Come a Cuba, dove un medico ospedaliero inchiodato alla miseria dello stipendio statale guadagna meno di una cameriera di un grande albergo che arrotonda con le mance dei turisti. E infatti in tutti i Paesi Ocse, cioè in tutte le economie di mercato rette da un governo democratico, la laurea comporta un significativo vantaggio economico. Che però varia considerevolmente da Paese a Paese.

Il valore aggiunto del titolo di dottore è massimo in Irlanda e negli Stati Uniti, dove i laureati beneficiano anche di un prelievo fiscale basso. La laurea paga bene anche negli ex Paesi del Blocco di Varsavia (Polonia, Slovenia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) che - nota l’Economist - storicamente risentono della mancanza di laureati a fronte di un’alta richiesta di lavoratori qualificati. Mentre funziona meno nei Paesi nordici e nel Benelux (Svezia, Danimarca, Norvegia, Belgio e Olanda) che abbondano di «dottori» e per di più li tartassano.

Italia maglia nera

E in Italia? In Italia, è vero, il prelievo fiscale è molto alto, ma i laureati sono mosche bianche. E non è solo un’eredità del passato: anche fra i giovani dobbiamo accontentarci di un misero laureato ogni quattro 25-34enni: peggio di noi nella classifica Ocse fa solo il Messico. Con così pochi dottori in giro ci sarebbe da aspettarsi un vantaggio economico molto consistente. E invece non è così. Da noi lo scarto nello stipendio fra diplomati e laureati è basso, troppo basso, come ha più volte ricordato il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Siamo sui livelli della Norvegia che però ha il doppio di laureati di noi (un giovane su due). Una situazione che si traduce in circolo vizioso: continuiamo ad avere pochi laureati perché l’università è considerata poco attraente e infatti in Italia il tasso di iscrizione degli studenti a un corso di laurea di primo livello è del 37%, molto inferiore rispetto alla maggior parte dei Paesi dell’Ocse.

Laurea, dottorato o master per noi pari sono

Ma c’è di peggio. In Italia non è soltanto la laurea a non pagare il giusto dividendo rispetto al diploma di scuola superiore. Nemmeno il dottorato o il master fanno la differenza. Negli altri Paesi chi decide di fare un investimento ulteriore in istruzione ne ottiene in cambio un sensibile aumento di stipendio. Da noi, invece, laurea o dottorato pari sono. Colpa di un tessuto produttivo fatto di piccole e medie imprese che non sanno valorizzare lavoratori altamente qualificati come chi possiede un Phd. E poi ci si chiede come mai facciano le valigie... Secondo un recente rapporto Istat il 12,9 per cento dei dottori di ricerca vivono all’estero, dove in media guadagnano 830 euro in più dei colleghi rimasti in Italia. E soprattutto hanno un impiego più a misura del loro profilo, visto che da noi invece un dottore di ricerca su 4 (nel caso delle donne, uno su tre) fa un lavoro che non ha nulla a che vedere con l’attività di ricerca e sviluppo.

http://www.corriere.it/scuola/universita/cards/laurea-italia-allarga-mente-ma-non-gonfia-portafogli/quanto-paga-laurea-mondo_principale.shtml




venerdì 25 novembre 2016

FLIPPED CLASSROOM (la classe capovolta)

L’idea-base della «flipped classroom» è che la lezione diventa compito a casa mentre il tempo in classe è usato per attività collaborative, esperienze, dibattiti e laboratori. In questo contesto, il docente non assume il ruolo di attore protagonista, diventa piuttosto una sorta di “mentor”, il regista dell’azione pedagogica. Nel tempo a casa viene fatto largo uso di video e altre risorse e-learning come contenuti da studiare, mentre in classe gli studenti sperimentano, collaborano, svolgono attività laboratoriali. A tutti gli effetti il «flipping» non è tanto un approccio pedagogico, quanto una filosofia da usare in modo fluido e flessibile, a prescindere dalla disciplina o dal tipo di classe. È importante che il tempo ‘guadagnato’ in classe grazie al flipping venga usato in maniera ottimale e che le risorse utilizzate dallo studente nel tempo a casa siano di qualità elevata, oltre ad essere calibrate sul livello di conoscenza fino a quel momento raggiunto dal giovane. Una libreria di contenuti integrata con video online vagliati in base a qualità e accessibilità è il miglior punto di partenza per ottenere un buon risultato finale.

Non serve banda larga, non servono computer, non serve la lavagna interattiva multimediale né le fotocopie. Servono però insegnanti formati, capaci di fare anche i blogger, di lavorare in modo cooperativo. E - cosa non banale – serve che ogni studente abbia a disposizione uno smartphone e una connesione internet quando si trova a casa. Tutto sommato, forse, un obiettivo più raggiungibile che fornire una connessione a circa l'80% delle scuole – tra primarie e secondarie – che ancora oggi ne sono prive.
Sono questi gli ingredienti della "flipped classroom", ovvero la "classe capovolta", una rivoluzione della scuola che non passa per le riforme di sistema ma per la sperimentazione quotidiana degli insegnanti. In Italia la "flipped classroom" fa breccia, visto che dal 2014 (anno di fondazione dell'associazione Flipnet Onlus) a oggi ci sono già 600 insegnanti formati e 120 sezioni di scuola in cui 'ufficialmente' si pratica la didattica capovolta. L'interesse pare destinato a crescere: a Roma la Palestra dell'Innovazione è stata presa d'assalto da docenti arrivati da tutta Italia per assistere al primo convegno nazionale sul tema.
Una didattica inclusiva. "La scuola italiana è una scuola di qualità, soprattutto le scuole dell'infanzia e elementari. Quindi non riformatele: semmai date più soldi per comprare la carta igienica – ha detto il linguista e ex ministro dell'Istruzione Tullio De Mauro – Quando comincia il diasastro? Negli ultimi anni delle scuole superiori. E allora cosa differenzia il primo pezzo dal secondo? Che la scuola primaria è inclusiva, non ci sono bocciati, che utilizza lo spazio per favorire l'interattività dei gruppi e valorizza la dimensione laboratoriale". "La flipped classroom – ha proseguito De Mauro - apre la strada a una didattica inclusiva, in cui gli studenti stanno in classe non per assistere passivi alla lezione, ma per studiare insieme ed essere seguiti individualmente".
Non serve banda larga, non servono computer, non serve la lavagna interattiva multimediale né le fotocopie. Servono però insegnanti formati, capaci di fare anche i blogger, di lavorare in modo cooperativo. E - cosa non banale – serve che ogni studente abbia a disposizione uno smartphone e una connesione internet quando si trova a casa. Tutto sommato, forse, un obiettivo più raggiungibile che fornire una connessione a circa l'80% delle scuole – tra primarie e secondarie – che ancora oggi ne sono prive.
Sono questi gli ingredienti della "flipped classroom", ovvero la "classe capovolta", una rivoluzione della scuola che non passa per le riforme di sistema ma per la sperimentazione quotidiana degli insegnanti. In Italia la "flipped classroom" fa breccia, visto che dal 2014 (anno di fondazione dell'associazione Flipnet Onlus) a oggi ci sono già 600 insegnanti formati e 120 sezioni di scuola in cui 'ufficialmente' si pratica la didattica capovolta. L'interesse pare destinato a crescere: a Roma la Palestra dell'Innovazione è stata presa d'assalto da docenti arrivati da tutta Italia per assistere al primo convegno nazionale sul tema.
Una didattica inclusiva. "La scuola italiana è una scuola di qualità, soprattutto le scuole dell'infanzia e elementari. Quindi non riformatele: semmai date più soldi per comprare la carta igienica – ha detto il linguista e ex ministro dell'Istruzione Tullio De Mauro – Quando comincia il diasastro? Negli ultimi anni delle scuole superiori. E allora cosa differenzia il primo pezzo dal secondo? Che la scuola primaria è inclusiva, non ci sono bocciati, che utilizza lo spazio per favorire l'interattività dei gruppi e valorizza la dimensione laboratoriale". "La flipped classroom – ha proseguito De Mauro - apre la strada a una didattica inclusiva, in cui gli studenti stanno in classe non per assistere passivi alla lezione, ma per studiare insieme ed essere seguiti individualmente".
Usare lo smartphone a scuola. Maurizio Maglione è un insegnante di chimica dell'Istituto Professionale Alberghiero Domizia Lucilla di Roma, ha scritto con Fabio Biscaro il libro La classe capovolta che ha aperto la strada anche in Italia a questa sperimentazione: "Insegniamo in classi spesso sporche, in cui regna l'incuria. Gli strumenti sono pochi, ma non dobbiamo cadere nel gioco del cane che si morde la coda, non ci sono computer o tablet a disposizione per tutti, ma tutti i nostri studenti hanno uno smartphone in tasca. Allora facciamoglielo usare, con l'idea che noi docenti prima di tutto dobbiamo rispondere alla loro domanda: 'ma a cosa servono le cose che ci state insegnando?'". In una "classe capovolta" l'insegnante mette a disposizione degli alunni dei materiali in rete, delle vere e proprie lezioni registrate, che possono essere anche risorse già presenti in internet ("un ragazzo impara certamente moltissimo dalla lettura della Divina Commedia di Benigni", suggerisce ad esempio Maglione) e che vengono studiate a casa di pomeriggio. La mattina, in classe, i ragazzi sono coinvolti in laboratori, lavori di gruppo, che mettono al centro la loro creatività e le loro intelligenze. "Dobbiamo focalizzare molto bene la differenza tra conoscenze e competenze – ha detto ancora Maglione – e cominciare a cambiare noi stessi, come insegnanti, diventando capaci di lavorare in rete, scambiandoci esperienze, proposte. Il circolo del cane che si morde la coda deve diventare virtuoso".
La rivoluzione del world wide web. Ma il ribaltamento della classe prima che tecnologico deve essere culturale, ha sottolineato Paolo Ferri dell'Università di Milano Bicocca, ricordando che quando il tecnico informatico britannico Tim Berners-Lee inventò il world wide web lo fece per le esigenze della comunità scientifica "che sin dal '500 si basa su tre presupposti: i risultati devono essere pubblici, revisionabili e controllabili". Internet, insomma, nasce proprio come strumento della conoscenza, prima di diventare il mezzo di condivisione di qualsiasi cosa. Allora, è il discorso di Ferri, se si assume questo concetto ecco che l'utilizzo della tecnologia non diventa un orpello, ma il presupposto di una "svolta di paradigma" che porta con sé a cascata una rivoluzione: del setting d'aula, della relazione con gli studenti e la famiglia, e anche del processo di valutazione. Che, ha detto Mario Castoldi dell'Università di Torino, "deve smetterla di essere un momento isolato, separato, falsamente oggettivo", ma deve essere incentrato sui processi: la valutazione deve essere giocata nella quotidianità e non nel voto asettico di fine anno.
Sviluppare la creatività. Certo, i passi in avanti da fare sono tanti. Prima di tutto la formazione dei docenti. Ma anche uno svecchiamento culturale: basti pensare che non è mai stata abrogata la circolare che vieta l'uso del telefonino in aula. E poi, la ricerca di connessioni con il territorio. Come la Palestra dell'Innovazione di Roma che – ha ricordato il direttore Alfonso Molina – ha già messo in rete 90 scuole in Italia per supprotarle nella diffusione di una didattica che insegni il pensiero aperto. Perché creativi non si nasce, si diventa.

http://www.repubblica.it/scuola/2015/02/14/news/flipped_classroom_scuola-107238673/

martedì 20 settembre 2016

Le 10 competenze trasversali più ricercate dai datori di lavoro: l'analisi di LinkedIn

Sono chiamate soft skills, e sono le competenze “intangibili” che definiscono ciò che si è, diversamente dalle hard skills che invece definiscono ciò che si sa fare. E oggi le soft skills (in italiano “competenze trasversali”) sono al centro dell’attenzione del mercato del lavoro quale componente essenziale – e addirittura prevalente – del talento professionale che le aziende ricercano e selezionano.

Essere è più importante di sapere
La più recente conferma che essere è spesso più importante di sapere (il sapere si acquisisce, le caratteristiche personali sono più difficili da modificare) arriva da LinkedIn, secondo il quale sono più numerose le aziende che faticano a trovare candidati con le giuste soft skills (59%) di quelle che faticano a trovare candidati con le giuste hard skills (53%). E, dice LinkedIn, il 58% dei responsabili risorse umane è convinto che insufficienti competenze trasversali fra i dipendenti limitino la produttività dell’azienda. Per capire quali sono le soft skills più gettonte LinkedIn ha selezionato sulla propria piattaforma i profili delle persone che nel corso di un anno avevano cambiato datore di lavoro dopo essersi candidate ad almeno una posizione aperta. La ricerca, effettuata sugli iscritti americani, ha portato a individuare 2,3 milioni di profili, dei quali LinkedIn ha poi analizzato le competenze trasversali per individuare quelle più ricercate dai datori di lavoro.

Le competenze più richieste sono quelle fondamentali
Le soft skills più ricercate sono risultate essere comunicazione (capacità di comunicare il proprio pensiero), organizzazione (sapersi organizzare nel proprio lavoro), capacità di lavorare in team, puntualità, pensiero critico, capacità sociali, creatività, capacità di comunicazione interpersonale, adattabilità e carattere amichevole. Una lista che sfata il mito delle competenze “sofisticate”, come possono essere considerate quelle di leadership, analisi, gestione del team: alla fine dei conti, dice LinkedIn, ciò che conta veramente per le aziende sono i fondamentali, cioè dipendenti che sappiano lavorare con gli altri, che siano disponibili e adattabili e che siano in grado di organizzare il proprio lavoro in modo da fare quanto loro richiesto nei tempi richiesti, possibilmente con un certo margine di autonomia (pensiero critico) e apportando un certo valore aggiunto (creatività).

Meno richieste quelle troppo specifiche e poco applicabili
Per contro, l’indagine ha fatto emergere anche le soft skills meno considerate dalle aziende: pianificazione del business, leadership di team multifunzionali, intelligenza emotiva, team building, coaching, management, analisi, gestione del team, scrittura di curriculum e business. Viene il dubbio che queste competenze siano risultate le meno considerate perché espresse in maniera molto generica, laddove skills più sofisticate richiedono anche un’elaborazione maggiore (che tipo di competenza esprime la semplice parola “business”?). Rimane il fatto, conclude LinkedIn, che le aziende ricercano nei potenziali dipendenti prima di tutto le caratteristiche essenziali per avere successo nel posto di lavoro, cioè competenze applicabili a qualunque ruolo, settore o inquadramento. E il suggerimento viene da sé: è sempre bene inserire nel proprio profilo LinkedIn anche le soft skills di base, per quanto “scontate” possano sembrare. - See more at: 

http://www.eventreport.it/stories/mercato/124622_le_10_competenze_trasversali_pi_ricercate_dai_datori_di_lavoro_lanalisi_di_linkedin/#sthash.CtWXPPWw.dpuf

Big-headed babies are brightest



The size of babies’ heads at birth is strongly linked to their future success, with larger head circumferences and brain volume associated with higher intelligence, scientists have found.

The finding is among the first to emerge from data gathered by UK Biobank, in which 500,000 Britons are being studied over the long term to discover the links between their genes, their physical and mental health and their path through life.

A key target for the research is unravelling the complex links between brain function and DNA — one of neuroscience’s great challenges because so many genes are involved.

The finding,…


Pubblicato: http://www.thetimes.co.uk/article/big-headed-babies-are-brightest-pmwgfp0q2

sabato 20 agosto 2016

Come cambia l’apprendimento se lo studio è sui libri o «touch» dai millennials ai nati dopo il 2010

Nella peggiore delle ipotesi a tre anni sanno maneggiare uno smartphone e si destreggiano con un tablet. Ma siamo proprio sicuri che l’apprendimento dei bambini (i cosiddetti nativi digitali) che hanno appena iniziato il loro percorso di studi non contempli ancora gli strumenti di carta, i libri e le enciclopedie che hanno affinato le conoscenze di intere generazioni? Il tema divide gli esperti e lascia aperto il campo a ogni soluzione. Di certo c’è che la scuola - anche quella italiana - si sta aprendo a una serie di trasformazioni e quello delle tecniche e degli strumenti di insegnamento è un argomento centrale nella costruzione del nuovo sistema dell’istruzione.

Sostengono i tradizionalisti che leggere un volume stampato richieda maggiore concentrazione. È quella che in gergo viene chiamata «fisicità del libro» (inteso come oggetto fatto di caratteri stampati e dotato di un suo «spessore»). Ribattono gli innovatori: aprire al digitale significa fornire un ulteriore contributo al plurilinguismo dei bambini. A sostegno dei primi c’è un’indagine condotta nel 2014 dall’università norvegese di Stavanger: affidando la lettura dello stesso racconto a due gruppi di ragazzi, su carta agli uni e su Kindle agli altri, si è scoperto che la memorizzazione è nettamente superiore per chi ha scelto il vecchio libro di carta. «È evidente - riflette Giuseppe Riva, docente di Psicologia dei nuovi media dell’Università Cattolica di Milano - che se un bambino sviluppa il suo apprendimento attraverso la scrittura, quel foglio poi diventerà lo spazio fisico su cui organizzare la sua conoscenza. Se invece l’apprendimento prende forma attraverso “touch” su uno schermo, allora i processi potrebbero essere differenti».

È ancora presto per dirlo, però. Perché Riva tende a tenere separati i cosiddetti «Millennials» dai bambini nati dopo il 2010. «La nuova generazione che sta arrivando sui banchi di scuola - spiega - è quella cresciuta con il tablet in mano. E tuttavia io credo che i volumi e le enciclopedie cartacee siano ancora utili ai bambini perché rappresentano un modo organizzato di sviluppare la conoscenza su temi specifici. Dalla Rete, spesso, arrivano troppe informazioni e non si individuano quelle importanti». Chi non sembra avere molti dubbi al riguardo è lo scrittore Eraldo Affinati, che da tempo ha aperto assieme alla moglie una scuola di italiano per giovani immigrati: «La carta intesa come libro o come foglio sul quale scrivere sollecita meccanismi logici della percezione mentale in qualche modo insostituibili». È un ragionamento, il suo, frutto non di teorie ma dell’esperienza quotidiana maturata tra i banchi della scuola nella quale insegna: «Da noi arrivano molti giovani analfabeti che sanno in qualche modo usare un telefonino. Noi che li addestriamo alla manualità abbiamo notato che la scrittura e la lettura vecchio stile sono un buon metodo per l’apprendimento». E un’altra indicazione in questo senso arriva dagli Stati Uniti: un sondaggio condotto presso librerie e studenti dalla linguista Naomi S. Baron, della American University di Washington, ha dimostrato che gli studenti (seppur di poco più adulti dei bambini delle elementari) preferiscono il libro stampato agli ebook.

Forse è una questione di concentrazione: moltissimi degli intervistati hanno dichiarato di soffermarsi per meno tempo su una pagina digitale rispetto a una cartacea. Paolo Ferri, però, docente di Tecnologie didattiche alla Bicocca di Milano, prova a frenare: «Leggere in digitale produce più vantaggi perché è più economico e permette di avere un archivio più vasto senza occupare molto spazio. Di contro, alcune ricerche sostengono che calcare la mano su un foglio per scrivere contribuisca a un maggiore sviluppo cerebrale».
Il dilemma permane. «Fosse per me abolirei l’uso dei tablet fino a una certa età», azzarda la scrittrice Paola Mastrocola. Chissà se è davvero finito il tempo dei libri scarabocchiati, stropicciati e dei quaderni pieni zeppi di esercizi... Una rivoluzione è in atto, ma nessuno sa quale sarà l’esito finale.

http://www.corriere.it/cronache/16_agosto_20/enciclopedia-ragazzi-edicola-il-corriere-sera-carta-impari-piu-7413238c-66c0-11e6-a871-4e65f9c31faf.shtml

lunedì 18 luglio 2016

Parlare in pubblico


Parlare in pubblico: perché in Italia lo facciamo così male?

Nel nostro paese la capacità di parlare in pubblico è modesta.
Oscilliamo tra sproloquio e afasia, tra aggressività e narcosi, tra esibizionismo narcisistico (appartiene a molti) e sottomessa ritrosia (sì, qualche caso c’è). Non arriviamo mai al punto e, se ci arriviamo, nessuno riesce ad accorgersene. Meniamo il can per l’aia.
Lo so, si tratta di generalizzazioni. Ma mi perdonerete se evito di fare esempi riferiti a singole persone, perché non è questo il punto.

PARLARE, INTERVENIRE, DOMANDARE. E poi: siamo mediamente incapaci di intervenire in modo civile, breve e consistente all’interno di un dibattito. Siamo mediamente incapaci di porre una domanda breve, chiara e circostanziata al termine di una conferenza. Siamo incapaci di rispondere a una domanda in modo specifico, chiaro, breve, esauriente. Ci dimentichiamo che parlare è sì un diritto, ma che parlare in modo decente è un dovere l’inosservanza del quale cancella il diritto.
Il livello generale di prestazione è talmente modesto che non appena un personaggio pubblico riesce a spiccicare quattro parole senza impappinarsi, e perfino se lo fa in modo intrinsecamente deludente (per esempio: ricorrendo a toni enfatici o minacciosi o aggressivi per mantenere l’attenzione dell’uditorio) passa subito per “abile comunicatore”. Ma va’ là.

LO STUDENTE ELOQUENTE. Ha conquistato milioni di visualizzazioni in rete ed è stato ripreso anche da molti quotidiani italiani il discorso sull’importanza dell’istruzione tenuto da Donovan Livingston, studente afroamericano ad Harvard, laureato in storia, due master: uno alla Columbia University ed uno, appunto, ad Harvard, in Educazione. Qui il discorso, e quel che ne dice La Stampa. Qui Il Sole 24Ore.
Il discorso di Livingston è apprezzabile sia per i contenuti sia per la forma espressiva (poetica, musicale ed evocativa) sia per l’energia personale dell’oratore, che tiene assieme forma e contenuti e li esalta.
È il discorso giusto, fatto nel momento giusto, dall’uomo giusto, nel posto giusto.
Non è sorprendente che abbia suscitato tanta attenzione.

Resta invece assai apprezzabile il fatto che un potenziale uomo giusto (cioè un giovane e brillante studente afroamericano, testimone perfetto per un appello a valorizzare l’istruzione come strumento per abbattere barriere) sia stato effettivamente capace di sostenere la propria argomentazione parlando in pubblico in maniera tanto convincente e trascinante. E, notatelo,breve.

LA PATRIA DI CICERONE. Bene. Ora potreste farvi, insieme a me, un paio di domande. La prima è: i nostri studenti italiani, quando escono dall’università, sanno parlare in pubblico? Hanno, almeno, qualche idea di come si fa? I nostri imprenditori, i politici, i docenti, tutte le persone che per ruolo devono confrontarsi con un uditorio, sanno parlare in pubblico? Sanno spiegare, interessare, argomentare?
Eppure, ehi, siamo la patria di Cicerone. Siamo il paese che ha inventato la retorica, intesa come arte del discorrere in pubblico argomentando le proprie opinioni tanto da persuadere chi ascolta. Siamo il paese dove si è cominciato a insegnare la retorica un bel po’ di tempo fa: è successo a Siracusa, nel 460 avanti Cristo (avete letto bene: 2500 anni fa).
Insomma: la capacità di parlare bene in pubblico dovrebbe essere inscritta, se non nel nostro DNA, almeno nella nostra cultura. Sembra però che se ne siano perse le tracce.

Negli Stati Uniti, invece, qualsiasi persona di decente formazione è mediamente capace di fare un discorso breve, sensato, interessante e, se la situazione lo permette, divertente in un’aula, in una sala riunioni, a un pranzo, a un matrimonio o a un funerale. Davanti a una telecamera, lo dico per esperienza, è molto più difficile, ma anche questo si può imparare.

DUE COSE DA SAPERE. La prima cosa da sapere è che un buon discorso in pubblico funziona quando appare naturale, autentico e per certi versi improvvisato. Ma l’improvvisazione è pura apparenza: per ottenere un risultato è necessario prepararsi bene. La stessa cosa accade per la scrittura: il massimo della sensazione di naturalezza per il lettore nasce dal massimo di elaborazione del testo (dunque, per certi versi: dal massimo di artificio).
La seconda cosa da sapere è che non basta ricorrere a qualcuno degli stucchevoli “trucchi infallibili” che vengono ripetutamente citati negli articoli divulgativi sul tema: per esempio raccontare storie o esordire con una battuta di spirito, o mantenere a ogni costo il contatto visivo con la platea. Sempre in rete, ho trovato anche consigli stravaganti: per esempio “prima cammina avanti e indietro sul palco, poi prendi un bel respiro, poi comincia a parlare”. Ma perché mai?

LA PRIMA REGOLA. La prima vera regola è che bisogna parlare solo se si ha qualcosa da dire. Dunque, dovendo o volendo parlare in pubblico è obbligatorio interrogarsi prima sulle informazioni, i concetti e le opinioni che si vogliono trasmettere. Se uno non fa questo non va da nessuna parte. Punto.
Di come trasmettere bene contenuti forti (indispensabili: lo ripeto) vi racconto a breve. E spero che quanto racconto vi tornerà utile.


Possedere e governare le parole

Per saper dire bisogna non solo possedere, ma anche saper governare le parole.
Tutti noi parliamo ogni giorno, perfino troppo, scordando che le parole non sono solamente tratti che appaiono su un foglio o su uno schermo. Suoni che vibrano nell’aria. Segnali (bip, bip, bip) che ci scambiamo perché parlare è nella nostra natura e per ricordare al mondo, e a noi stessi, che esistiamo.
Saper dire significa scegliere, tra tutte le parole che possediamo, quelle esatte, e solo quelle, e metterle in fila in modo accorto, fino a costruire una struttura robusta, coerente e potente. Così le idee prendono forma, consistenza, peso. Le visioni possono essere condivise. Le parole diventano lame che squarciano veli, fari che illuminano notti nere.
Sono pugni nello stomaco. O sono carezze e medicine.

Le parole, lo dico ancora, possono essere strumenti per costruire, armi per combattere, ali per volare. Chi non è in grado di saper dire perché non possiede o non sa governare le parole se ne resta senza strumenti. Senza armi e senza ali.
L’aveva già capito don Milani. Ogni parola che non impari oggi è un calcio nel culo domani,diceva ai suoi ragazzi.

La recente vicenda dello stupro di Stanford riguarda anche il possedere e il governare le parole.
Siamo in California, nel campus di Palo Alto. Una giovane donna subisce un’aggressione sessuale. È andata a una festa, ha bevuto, ha perso conoscenza. Si risveglia bendata, insanguinata e dolente su una barella in ospedale. Non ricorda niente. Scopre i dettagli di quanto le è successo solo nei giorni successivi, leggendo le notizie sul telefono.

Il processo si svolge un anno dopo. L’aggressore è uno studente di diciannove anni, campione di nuoto. I reati che ha commesso prevedono pene fino a quattordici anni di carcere. La difesa chiede sei anni. Lui minimizza. Suo padre minimizza. Il suo avvocato minimizza.
Il giudice stabilisce che sei mesi possono bastare.

È l’ennesima storia orribile di una serie infinita. C’è perfino una pagina dell’edizione inglese di Wikipedia dedicata specificamente ai campus sexual assault: il fatto è così ricorrente da essere ritenuto enciclopedizzabile. È l’unico tipo di violenza tra studenti a non essere diminuita dal 1995. Tutti i campus americani ospitano colonnine antistupro.
La maggior parte delle vittime di violenza sessuale (ancora Wikipedia) non denuncia l’accaduto alla polizia o alle autorità perché non lo considera “abbastanza serio” da essere perseguito. Poche righe dopo, la medesima pagina segnala che, se i risultati delle ricerche sugli stupri nei campus venissero presi sul serio, ne verrebbe fuori che in molte università la percentuale di crimini violenti è superiore a quella di qualsiasi città.

Dicevo: l’ennesima storia orribile. Con una variante.
Questa giovane donna parla. Legge davanti al giudice una lunga lettera rivolta al suo stupratore, poi pubblicata in rete, in cui riesce a dire l’indicibile (qui la traduzione italiana).
È una giovane donna istruita e consapevole. Possiede e sa governare le parole. Usa tutte quelle che servono, ma solo quelle.

Le parole che sono visioni, o pugni e lame (e anche quelle che sono carezze, o vere medicine) non sono mai a buon mercato. Uno deve andarle a cercarle dentro se stesso per cavarle fuori a una a una: non riesco nemmeno a immaginare quanto difficile e doloroso sia stato farlo, in questo caso.
Ma le parole difficili e dolorose che questa giovane donna riesce a usare per dire l’indicibile trasformano quello che potrebbe essere un caso tra mille altri nel singolo caso che illumina, rivelandoli nuovamente, tutti gli altri.

What makes the Standford case so unusual, titola The Altantic. Ecco che cos’è, a rendere il caso così inusuale: sono l’enorme potere e la chiarezza di pensiero che le dichiarazioni della vittima rispecchiano.
Questa donna ha superato il lavoro di ogni documentarista, di ogni politico, di ogni giornalista o avvocato, dice Ashleigh Banfield, anchor woman della CNN, che legge la lettera all’interno del proprio programma.
Sono sbalordito per il tuo coraggio. La tua storia sta già cambiando delle vite scrive in una “lettera aperta a una giovane donna coraggiosa” il vice presidente Joe Biden, promotore e sostenitore delViolence Against Wiomen act, la legge americana contro la violenza sessuale. Così, sullo Stanford rape si accendono un’attenzione e un dibattito pubblico che non hanno precedenti. Forse, come si augura Biden, qualcosa comincia a cambiare davvero.

Questa storia è esemplare, terribile ed estrema. Ho fatto fatica a scriverne e, prima, a leggere tutto ciò che era necessario per scriverne. Per favore, non pensate “almeno è andata a finire bene” perché non è così: nessuno stupro “va a finire bene”.
Con il prossimo articolo di questa serie tornerò a raccontare nel dettaglio che cosa significa parlare in pubblico e perché è importante imparare a farlo, e a suggerirvi qualche accorgimento. Ma vi chiedo di non dimenticarvi di questa storia, e del potere che un discorso può avere. È un potere che appartiene non ai politici, ai giornalisti, ai capi, ma a chiunque, e anche a una giovane donna che, stuprata e umiliata, non dimentica di possedere e saper governare le parole.


Parlare a un pubblico: come si fa

Di consigli su come parlare a un pubblico è piena la rete, dai più bizzarri (evitate i latticini!) a quelli in apparenza più ovvi (ricordatevi di respirare). In realtà non tutti i consigli, a parte quelli più ovvi, sono buoni per tutte le persone. E non tutti i trucchi funzionano sempre, perché non tutte le situazioni sono uguali. Dunque, ciascuno dovrà costruire la sua individuale ricetta.
Poiché parlare a un pubblico, però, è un atto di comunicazione, la prima cosa sensata da fare è considerare, applicandoli specificamente al parlare a un pubblico, i criteri generali che rendono efficace un atto di comunicazione.

Già che ci siamo, vi ricordo che il termine “comunicare” viene dal latino cum munire (costruire, legare) e communico (metto in comune). Dunque, considerate che tutte le volte che parlate a un pubblico il vostro obiettivo di base è mettere in comune qualcosa (un’informazione, un’opinione, un’idea o un sentimento) che prima apparteneva solo a voi.

Bene: eccovi ora, più o meno, la definizione di comunicazione che di solito do ai miei studenti, nel primo giorno di corso: comunicare è un processo interattivo di scambio di informazioni tra due o più soggetti in grado di emettere e ricevere segnali e di decodificarli a partire da un codice condiviso.
La definizione può sembrare astratta (sì, lo è), ma vi assicuro che ne derivano conseguenze più che concrete sul come parlare in pubblico.

1) EMETTERE E RICEVERE SEGNALI. Vuol dire che chi comunica (voi) produce segnali verbali (le parole che dite) e non verbali (tutto quanto non è parole: postura, gesti, espressioni, toni…) che devono prima di tutto essere abbastanza percepibili, cioè abbastanza forti e distinti, da colpire adeguatamente il sistema sensoriale degli interlocutori. Insomma: dovete prima di tutto farvi vedere e farvi sentire bene, e se chi vi sta di fronte non vi vede o non vi sente bene la sfida è persa in partenza. Questo fatto elementare spesso viene sottovalutato.

Voce, tono e ritmo. Non parlate sottovoce, o guardandovi la punta dei piedi. Se avete in mano un microfono, tenetelo vicino alla vostra bocca (non all’altezza dell’ombelico!) e non gesticolate con la mano con cui tenete il microfono (l’ho visto fare più di una volta).
Se il microfono è fisso, regolatelo in modo che la distanza dalla vostra bocca sia adeguata: devono essere pochi centimetri. E poi evitate di cambiare posizione.
Se quando parlate preferite stare in piedi e muovervi (io, per esempio, mi sento più a mio agio così) chiedete un microfono da tenere in mano. I microfoni a cuffia tendono a muoversi, quelli da appuntare alla giacca ancora di più, e vi obbligano a passare un cavetto e a fissare una scatoletta sugli abiti.
Se la sala è piccola, fate serenamente a meno del microfono: dovrete parlare a voce un po’ più alta del normale, ma la voce risulterà più naturale e avrete entrambe le mani a disposizione.

Evitate di parlare in modo monocorde. Tenete un ritmo naturale e variato (importantissimo!) articolando bene le parole, specie se state leggendo (ma se non leggete è meglio).
Più la platea è ampia e le persone sono distanti da voi, più vi conviene controllare che la vostra voce arrivi fino in fondo, e accentuare i cambiamenti di tono. E sì: ricordatevi di prendere fiato: le pause servono anche a questo.
Non fidatevi di chi vi dice di par-la-re len-ta-men-te: un oratore lento è noioso. Ma un oratore che affastella parole è incomprensibile. Trovate il vostro ritmo: sarà comunque più lento di quello che usereste parlando normalmente, perché già il fatto di alzare il mento, guardare il pubblico, articolare bene le parole perché siano comprese e tenere un tono più alto vi obbliga a rallentare.
Qualsiasi tipo di voce abbiate, è la vostra e va bene così. Però controllatela e guidatela: la vostra voce è al servizio delle informazioni e del sentimento che volete trasmettere. Restituite, attraverso le pause e l’intonazione, il senso di quel che volete trasmettere.

Gesti, postura, espressioni. Parlando in pubblico, la comunicazione non verbale è tanto importante quanto ciò che dite: rafforza o indebolisce quanto state affermando.
Non siate solo “una voce”. Fate in modo che le persone vi vedano bene in faccia e, se appena potete, alzatevi in piedi per parlare. Se c’è un leggio, non nascondetevici dietro e non aggrappatevici come un naufrago in mezzo all’oceano.
La comunicazione non verbale può anche confermare o smentire quanto state affermando. Per capirci: se esordite dicendo “sono entusiasta di essere qui”, ma avete in faccia un’espressione schifata, state guardando il pavimento e la vostra postura è depressa (spalle curve, braccia penzoloni) state trasmettendo segnali incongruenti. Se c’è contraddizione tra voce e corpo, il pubblico crederà di più, sempre, a quel che dice il vostro corpo che a quello che dite voi.

Se non siete attori professionisti, vi riuscirà difficile tenere sotto controllo la comunicazione non verbale mentre siete lì tutti concentrati su ciò che volete dire. L’unica soluzione è che sappiate benissimo quel che state dicendo, che l’abbiate interiorizzato e che ne siate convinti: solo così il vostro corpo potrà “dire la verità”, aggiungendo la sua propria espressività a quel che voi dite.

2) SCAMBIARE INFORMAZIONI. Un gruppo di segnali (per esempio le parole che dite) è un’informazione solo se ha un senso sia per voi, sia per il vostro pubblico. Se il pubblico non capisce il senso di quel che dite, quella che voi ritenete essere un’informazione dal vostro pubblico verrà percepita come puro rumore. E il vostro discorso risulterà, nel migliore dei casi, inefficace.

Chiarezza, semplicità, struttura. Sia parlando sia scrivendo, se volete comunicare qualcosa, vi tocca sempre calibrare il tipo di parole che usate e il grado di complessità di quel che dite sul livello di competenze del vostro pubblico.
Quando state parlando, l’attenzione a essere chiari è doppiamente importante: se usate codici (parole, concetti) che il vostro pubblico non possiede, verrete sentiti, ma non ascoltati né capiti.
Dunque, le persone devono essere in grado di seguirvi parola per parola: ricordatevi che, a meno che la situazione non sia informale, di solito il pubblico non può interrompere chi sta parlando per chiedere di ripetere una parola o un concetto. Usate parole semplici, frasi brevi. Strutturate quello che state dicendo. Non divagate. Lasciate alle persone il tempo di capire quanto state dicendo. Considerate che una pausa sottolinea ed enfatizza quanto avete appena detto.

Se mentre parlate proiettate testi o immagini, controllate che aiutino a chiarire il senso e che non siano distraenti. Un buon modo per impiegare testi e immagini proiettati è usarli per scandire e segnalare i cambi di argomento, o per ribadire un concetto prima di passare al concetto successivo.
Quando, doverosamente, vi chiedete come parlare a un pubblico, domandatevi in primo luogo come farvi capire dal vostro specifico pubblico.

3) TRA DUE O PIÙ SOGGETTI. Per comunicare bisogna essere (almeno) in due. E per comunicare parlando in pubblico, ci vuole un pubblico. Questo significa che il pubblico, all’interno del processo di comunicazione, è un soggetto tanto importante quanto voi.

Entrare in contatto. Molti suggeriscono di scegliere uno spettatore a caso e di agganciarne lo sguardo. Altri, di saettare la platea di sguardi. Credo che la cosa più importante sia ricordarsi sempre che il pubblico esiste. Che è il motivo per cui siete lì e dite quel che state dicendo. Che ha delle attese e dei diritti (primi fra tutti quelli di capirvi, di non schiattare di noia, di scoprire qualcosa di interessante).
Dunque, non parlate per voi stessi e per il puro gusto di ascoltare la vostra voce. Evitate di pavoneggiarvi. Cercate di mettervi nei panni del vostro pubblico, e fatelo già mentre (cosa altamente consigliata) preparate e provate il vostro discorso.
Un’operazione complessa come parlare a un pubblico è tutt’altro che spontanea. I discorsidevono sembrare naturali, ma sembrano tanto più naturali quanto più e meglio sono stati preparati e interiorizzati.
Dunque: fate mente locale e allenatevi. Pensate a ciò che può risultare piacevole, interessante o emozionante e non fuorviante per il genere di persone che avete di fronte. Dite o fate tutto quanto di lecito o sensato può venirvi in mente per far capire alle persone che state parlando a loro e per loro. Non abusate della pazienza e della benevolenza del vostro pubblico. Non date per scontato che sia necessariamente paziente e benevolo.

4) UN PROCESSO INTERATTIVO. Mentre parlate a un pubblico voi trasmettete informazioni alla vostra platea, ma anche la vostra platea ne trasmette a voi. E (occhio!) si tratta di informazioni sull’andamento della vostra prestazione.

Tempestività e flessibilità. Di norma un applauso è un segnale importantissimo di incoraggiamento, di consenso o di gradimento: dunque, se arriva un applauso, siate grati. Ma non in tutte le situazioni le persone applaudono (o fischiano, o rumoreggiano). Qualsiasi pubblico manda comunque segnali, e vi conviene coglierli, anche se si tratta di segnali deboli: vi aiuteranno ad aggiustare il tiro.
Se le persone vi stanno ascoltando rapite, bene: potete prendervi ancora un po’ di tempo. Se guardano l’orologio o si agitano, o se l’audio è disturbato, o se la sala è calda, affollata, scomoda, o se c’è un ritardo sulla scaletta, siate sintetici: il vostro pubblico ve ne sarà grato. Se fate una battuta e vedete che nessuno ride, evitate di insistere. Se percepite un calo di attenzione, cambiate qualcosa al volo: passate all’argomento successivo. O raccontate un aneddoto. O concludete in fretta.

Dicevo: questi sono criteri generali. Nel prossimo articolo di questa serie metterò in fila alcuni suggerimenti specifici per organizzare e gestire un discorso e per parlare a un pubblico pubblico. Se avete domande, scrivetele nei commenti. Vi risponderò.


Come e perché prepararsi a parlare in pubblico

Chiunque si rivolga non a una singola persona ma a un gruppo di interlocutori sta, in effetti “parlando in pubblico”. Le regole cambiano.
Può succedere di dover parlare in pubblico in modo del tutto estemporaneo, ma non è frequente: di solito si sa da prima che lo si farà. La ricetta per fare un intervento efficace è una sola: bisogna prepararsi, perché quel che si dice è tanto importante quanto il come lo si riesce a dire.
Prepararsi a parlare in pubblico significa fare diverse cose. Ve le elenco.
FATE MENTE LOCALE. Pensate all’ambiente in cui dovrete parlare. È un’aula universitaria in cui discutete una tesi di laurea? È una riunione di condominio? È un convegno? Un comizio? Un matrimonio? Una presentazione a colleghi di lavoro o a un cliente?
Se l’occasione è importante, cercate di andare prima a vedere il posto. Capite com’è l’acustica e se c’è un microfono, dove starete, e a che distanza dal vostro pubblico, se parlerete in piedi o seduti (se potete scegliere: sempre meglio in piedi).
Se ci sono delle consuetudini o dei vincoli, datevi da fare per conoscerli in anticipo. Sapere prima com’è la situazione vi aiuterà a essere più a vostro agio, e questo migliorerà la vostra prestazione. Se appena potete, organizzatevi per poter fare una prova a sala vuota. Anche gli oratori più esperti lo fanno.

COM’È GRANDE IL VOSTRO PUBBLICO? Parlare a diverse centinaia o migliaia di persone è come essere attori su un palcoscenico: dovrete curare in modo speciale anche il tono e il ritmo che usate parlando, i gesti che fate, il vostro linguaggio del corpo. Con ogni probabilità parlerete un po’ più lentamente del solito: tenetene conto quando progettate il vostro discorso.
Parlare a un piccolo gruppo di persone è del tutto diverso: contano di più la vostra espressione e il fatto che riusciate a entrare in contatto visivo (ed emotivo) con ciascuno degli astanti. Potrebbero esserci delle interruzioni o delle domande: non potete ignorarle, e fi toccherà reagire adeguatamente, e senza perdere il filo. Dunque: interiorizzate bene I contenuti che volete trasmettere e la loro sequenza.
Ho visto una volta un oratore politico, peraltro abbastanza smaliziato, parlare in un’aula universitaria con qualche decina di studenti come se fosse a un comizio in piazza: effetto straniante, e pessimi risultati in termini di persuasione.

DA CHI È COMPOSTO IL VOSTRO PUBBLICO? Qual è il suo livello di conoscenza dell’argomento che tratterete? Quali sono le sue competenze linguistiche medie? Rispondere a queste domande vi aiuterà in primo luogo a farvi capire, calibrando in termini di complessità il linguaggio che userete. Per esempio: I tecnicismi sono più che legittimi se parlate a un pubblico di addetti ai lavori, ma sono sconsigliabili con un pubblico generalista, al quale oltretutto vi toccherà ricordare o spiegare elementi che agli addetti ai lavori sono già più che chiari. In questo secondo caso, è bene non dare mai per scontata alcuna conoscenza men che diffusa.

CHI SIETE VOI IN RELAZIONE AL PUBBLICO? Che attese ha il pubblico nei vostri confronti, e in che modo potete soddisfarle, o addirittura superarle?
La posizione di uno studente che presenta la propria tesi davanti alla commissione di laurea è ovviamente diversa quella del docente che spiega in aula, anche se in entrambi I casi il “pubblico” è obbligato a star lì.
Non scordatevi mai chi siete voi e chi sono le persone che vi ascoltano: questo non significa che lo studente dev’essere “umile” e che il prof. può permettersi di essere arrogante. Piuttosto: non conferite a voi stessi e alle vostre parole né più né meno autorevolezza di quella chepuò effettivamente esservi riconosciuta.
Già che ci sono, vi ricordo un fatto controintuitivo: la sfida vera è tenere alta l’attenzione delle persone che vi ascoltano non per scelta, ma perché non possono fare altrimenti.

QUANTO TEMPO AVETE A DISPOSIZIONE? Lo stesso argomento si può decorosamente trattare in quindici minuti, in quattro ore o in un intero corso universitario. È tutta questione di approfondire e aggiungere dettagli, esempi, casi particolari, dati, storie. Sullo stesso argomento, e per sostenere la medesima tesi, si può costruire un tweet che abbia senso, o un libro di mille pagine che abbia senso.
È il tempo che avete a disposizione a decidere quanto approfonditamente potete argomentare le vostre affermazioni e quanto potete essere dettagliati.
In ogni caso, e anche se avete tempo: evitate di divagare e state sul pezzo.
Specie se avete poco tempo a disposizione, fate la scelta di dire pochissime cose, molto chiare. Meglio una singolo forte argomentazione, conclusa e ribadita, che tre argomentazioni affastellate, lacunose e incomprensibili. Meno tempo avete a disposizione, più tempo vi toccherà dedicare a scegliere bene quell che andrete a dire, e a dargli forma.
Non sforate sui tempi e, se il vostro tempo è finito, non mettetevi a parlare a velocità supersonica per riuscire a dire “tutto”: le persone non ricorderanno niente, se non la vostra inadeguatezza.
Mentre provate il vostro discorso col cronometro in mano, siate realisti e non barate sui tempi. Solo se vi fanno segno che state andando bene e che potete proseguire oltre I tempi previsti (a me è successo una singola volta, e me ne ricordo ancora) potete prendervi un po’ più di agio.

LEGGERE, SCORRERE APPUNTI O PARLARE A BRACCIO? Se appena potete, evitare di leggere. Se per qualche motive dovete leggere, vi serviranno un podio con leggio (controllate di non sparirci dietro, e non afferratelo come se fosse la scialuppa che vi salva nella tempesta) e un microfono fisso (che vi ricorderete di regolare prima di cominciare a parlare). Se dovete leggere, alzate il naso ogni tanto, commentando o completando qualche frase. E date un tono a quell che leggete!, altrimenti tutti cadranno addormentati dal flusso monotono delle vostre parole
Una buona via di mezzo, se non ve la sentite di parlare a braccio, è preparare un foglio scritto in grande, con parole e concetti-chiave. Esercitatevi a svilupparli, sempre col cronometro in mano.
Se volete parlare a braccio, chiaritevi benissimo la sequenza degli argomenti. Cercate le parole più semplici e usate frasi brevi per non ingarbugliarvi. Una sequenza di immagini o parole–chiave su un powerpoint possono aiutarvi. Non leggete le schermate di powerpoint, però. Prepararsi a parlare in pubblico è sempre consigliabile, ma in quest’ultimo caso è imperativo.

QUANTO TEMPO INVESTIRE PER PREPARARSI A PARLARE IN PUBBLICO? Tutto quello che serve. E difficilmente sarà poco.
Ricordate che il vostro primo obiettivo è dire qualcosa che le persone siano interessante a sentire, felici di aver ascoltato, ansiose di ricordarsi.



Parlare bene in pubblico, avendo qualcosa da dire

Non ha senso illudersi di saper parlare bene in pubblico senza avere qualcosa di rilevante da dire. Rem tene, verba sequentur (sii padrone del concetto, le parole seguiranno), scrive nelle Orationes Marco Porcio Catone, il primo grande oratore dell’età romana.
L’affermazione non fa una piega. O quasi.
Se è verissimo che bisogna sapere quel che si dice, non è così vero che, quando si sa quel che si dice, poi lo si riesce sempre a dire in maniera chiara (tanto da risultare comprensibili a tutto il pubblico), interessante (tanto da catturare l’attenzione), memorabile (tanto da essere ricordati),convincente (tanto da guadagnarsi la fiducia del pubblico e da risultare persuasivi).

Nei primi quattro articoli di questa serie dedicata al parlare in pubblico abbiamo visto che: (1) questa competenza nel nostro paese non è diffusa quanto dovrebbe, e che (2) saper governare le parole, tanto da trasformarle in pugni o in carezze, aiuta a costruire discorsi capaci di muovere le persone e cambiare le cose.

Poi abbiamo visto che per parlare bene in pubblico è indispensabile (3) tenere a mente le regole di base e i vincoli propri di qualsiasi processo di comunicazione, e i modi peculiari in cui parlando in pubblico quelle regole vanno seguite e quei vincoli vanno osservati.

Infine, abbiamo visto (4) come ci si prepara a parlare in pubblico: facendo mente locale su ambiente e occasione, interrogandosi su dimensioni, composizione e competenze del pubblico, immaginandone le attese, tenendo conto del tempo a disposizione, decidendo se parlare a braccio o a partire da appunti, e valutando i vantaggi e gli svantaggi di ciascuna opzione.
Ma aver qualcosa da dire resta la condizione necessaria. D’accordo, non è sufficiente. Ma, siccome resta necessaria, eccoci qui a concludere parlando di contenuti. E di come strutturarli.

CHE COSA AVETE DA DIRE? Qual è il messaggio che volete trasmettere, la tesi che volete difendere, l’idea che volete promuovere, l’appello che volete diffondere? Insomma: qual è il succo del discorso? Riuscite a formularlo in breve (e “in breve” vuol dire in una decina di parole)?

Vi suggerisco di fare questo esercizio prima di cominciare a lavorare sul vostro discorso. È meno facile di quel che sembra, perché vi obbliga a scegliere ciò che è davvero importante, scartando tutto il resto. Potreste, per esempio, scoprire che quel che volete dire, ridotto all’osso, non sta in piedi (e forse allora vi conviene investire qualche tempo per mettere a fuoco le idee). Oppure potreste scoprire che per dar conto di tutto quello che vorreste dire vi servono molte più parole (e allora forse vi conviene istituire una gerarchia di concetti o di temi, e concentrarvi sul principale: quello da cui derivano, o attorno al quale ruotano, tutti gli altri).

L’esercizio che vi ho proposto è utile anche per un altro motivo. Riesco a raccontarvelo con un esempio. Immaginate che il tema sia (appunto) parlare in pubblico. Conoscete già la mia tesi in proposito. Ma ecco: provo a sintetizzarla in quattro modi diversi:
– Parlare bene in pubblico è importante. Imparare si può.
– Parlare in pubblico: non sparatele grosse, prendete la mira.
– Come fare discorsi efficaci e potenti catturando il pubblico.
– L’unico vero trucco per parlare bene in pubblico è prepararsi.

Da queste sintesi escono, sul medesimo tema, discorsi un po’ diversi tra loro: più focalizzato sulle tecniche e i vantaggi del parlare bene in pubblico il primo. Più attento alla prestazione dell’oratore e al suo rapporto con la platea il secondo. Più orientato alla componente persuasiva il terzo. Più polemico nei confronti delle innumerevoli liste di trucchi per parlare in pubblico che si trovano in rete il quarto. Insomma: la sintesi vi dà conto dell’argomento e del taglio del vostro discorso. Solo quando entrambi gli elementi vi sono chiari e vi sembrano convincenti potete continuare.
Già che ci sono, vi dico che scrivendo questa serie di articoli avevo in mente qualcosa di molto simile alla prima delle quattro sintesi.

Una volta che avete capito bene che cosa andrete a dire, cominciate a prendere appunti. Li riordinerete man mano che la struttura del vostro discorso prende forma e si consolida, integrando, togliendo o aggiungendo elementi se vi sembra necessario farlo, fino a costruire un sommario. Ehi: non limitatevi ad ammucchiare concetti: riordinate e togliete tutto quanto è superfluo. Considerate che, del vostro discorso, il pubblico catturerà e ricorderà pochi elementi: meglio che siano quelli importanti.

CHE PAROLE USERETE? Concluso il sommario, metterete in fila le parole: scrivete il vostro discorso, se intendete poi leggerlo. Attenzione: il vostro discorso andrà detto nel modo più naturale possibile. Usate frasi brevi se no rischiate di restare senza fiato. Lasciate a voi stessi la possibilità di aggiungere qualche parola a o un breve commento estemporaneo, alzando il naso verso il vostro pubblico.

Per esempio, non scrivete:
Non sarà mai sottolineata a sufficienza l’importanza del parlare bene in pubblico, ampiamente sottovalutata nel nostro paese a tutti i livelli, a cominciare dall’istituzione scolastica che a livello formativo trascura le complesse competenze legate all’oralità evoluta a favore di quelle legate alla parola scritta.
Ehi! È astratto! È cacofonico (sufficienza/importanza/competenze)! Non vi permette di riprendere fiato! Non è musicale, e c’è un sacco di roba inutile! Ripete due volte una parola (livelli, livello) chenon è una parola-chiave!

Provate a scrivere, invece, qualcosa come:
Parlare bene in pubblico è importante. Qui in Italia non ce ne rendiamo conto. A scuola impariamo a leggere e a scrivere, ma non impariamo a parlare in maniera efficace.
Se provate a leggere a voce alta entrambe le frasi in corsivo vi accorgete della differenza.

Se (molto meglio!) intendete parlare a braccio, appuntatevi frasi e parole-chiave, e soprattutto i modi in cui transiterete il più naturalmente possibile da un argomento all’altro. E cominciate a fare delle prove. Provate a voce alta, anche se vi sembra strano e fastidioso. Vi aiuterà a familiarizzare con il suono della vostra voce, a cui di solito non fate caso. A tenere sotto controllo ritmi e pause. A controllare i tempi.
Il sommario che avete preparato è anche la base per preparare un buon powerpoint, se avete deciso di usarlo. È un lavoro in più da fare.

COME COMINCIATE ? Come il decollo e l’atterraggio per un aereo, l’esordio e la conclusione del vostro discorso sono due momenti critici per la qualità complessiva della vostra prestazione. Anche se molti lo consigliano, non è detto che dobbiate esordire con una battuta o una storiella. In certe situazioni si può fare, in altre è sconsigliabile. Inoltre, certi oratori riescono ad esordire con una battuta in modo plausibile e accattivante, e altri proprio non ce la fanno (devo ammettere di appartenere a questa seconda categoria).

Se è il caso (per esempio, a un convegno) esordite salutando e ringraziando brevemente: basta qualche parola, e poi entrate in argomento. Oppure entrate subito in argomento. Cominciate con un’affermazione forte, che anticipi e incornici quello che andrete a raccontare, aiutando le persone a orientarsi fra le vostre parole.

RACCONTARE E ARGOMENTARE. Discorrendo, avrete dei fatti da raccontare o delle idee da esporre. Siate chiari e date tutte le informazioni necessarie a far sì che il pubblico vi segua senza fatica. Evitate le digressioni inutili. Se un fatto, un’idea, un passaggio logico sono importanti, trovate il modo di sottolinearli (gesti, voce, pause) e di ribadirli. Siate concreti: fate esempi. Offrite dei dati, se ce ne sono (ma arrotondate le cifre e non perdetevi nei decimali). Siate vivaci, ma non enfatici.

Se i fatti e le idee sono il “che cosa”, le argomentazioni sono il “perché”. Potete prima esporre i fatti, e poi argomentarli esprimendo le vostre opinioni e le vostre tesi in proposito. O potete far seguire ciascun fatto e ciascuna idea dalla sua interpretazione argomentata. La cosa importante è che l’esposizione sia lineare, resti vivace e e sia tanto breve quanto è possibile, senza sacrificare comprensione e pathos. Abbiate senso della misura e del ritmo (che varierete, se no la gente si addormenta. Anche un discorso tutto strillato e concitato è noioso, esattamente come un discorso tutto sussurrato e lento). A proposito di pathos: spesso una metafora è più illuminante di una lunga, e noiosa, argomentazione astratta. Se volete approfondire, date un’occhiata qui.

Un discorso è anche fatto della musica delle parole. Alcune strutture retoriche (per esempio, laripetizione nelle sue molte forme) sono amiche dell’oratore. Usatele, ma senza esagerare con gli effetti speciali.

CONCLUDETE BENE. Del vostro discorso le persone si ricorderanno poche cose, e una di queste è con ogni probabilità la conclusione. È un motivo ulteriore per essere brevi, così vi resta tutto il tempo necessario per concludere senza dover accelerare in modo innaturale mentre qualcuno tra il pubblico comincia a dar segni di insofferenza e il moderatore, se c’è, vi guarda storto.
Se parlare bene significa in primo luogo farsi capire dal pubblico, concludere bene vuol dire portare dalla vostra parte un pubblico che vi ha capito: ricapitolate i punti salienti, come se riassumeste un viaggio che avete appena fatto tutti insieme. Ribadite, con altre parole, la vostra tesi.

La conclusione è anche il momento in cui potete (sempre con misura, e in modo congruente con la situazione) mettere un accento sulla parte emozionale di quanto state affermando. Infine: non dimenticatevi si salutare e ringraziare. Anche un semplice “grazie” può bastare, se lo dite in modo convincente e senza fissarvi la punta delle scarpe.

IMPREVISTI. Una volta, mentre stavo parlando in una sala, è caduto un pezzo di lampadario. Per fortuna non ha colpito nessuno. Mi sono interrotta, ho aspettato che la gente si ripigliasse, e quando tutti si sono tranquillizzati ho ripreso con un breve commento sull’accaduto. Ve lo dico per suggerirvi di non ignorare quanto succede di fronte a voi, ma di inserire quanto vi accade intorno nel vostro discorso. Se non lo fate, sembrate marziani.

PREPARATEVI. PREPARATEVI. PREPARATEVI. Tutti i grandi oratori all’inizio erano pessimi oratori, dice Ralph Waldo Emerson. I buoni discorsi non si improvvisano.
A proposito di parlare bene: Kennedy, che non è certo un novellino, impiega due mesi per mettere insieme il breve, notissimo discorso d’insediamento concludendo il quale dice “non chiedetevi che cosa il vostro paese può fare per voi, ma che cosa voi potete fare per il vostro paese” (a proposito di strutture retoriche amiche dell’oratore: questo è un chiasmo).

American Rhetoric raccoglie i 100 discorsi più importanti della storia degli Stati Uniti. Potreste dargli un’occhiata seguendo sì le argomentazioni, ma osservando anche come sono costruiti. Sono tutti stati fatti da gente che davvero ha “qualcosa da dire”, e che riesce a dirlo in modo indimenticabile.